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venerdì 23 ottobre 2020

ANALISI AUTUNNO DI GIANNI RODARI


AUTUNNO


Il gatto rincorre le foglie
secche sul marciapiede.
Le contende (vive le crede)
alla scopa che le raccoglie.

Quelle che da rami alti
scendono rosse e gialle
sono certo farfalle                
che sfidano i suoi salti.

La lenta morte dell'anno
non è per lui che un bel gioco,
e per gli uomini che ne fanno
al tramonto un lieto fuoco.


Parafrasi

Il gatto gioca con le foglie secche cadute sul marciapiede, scambiandole per prede da cacciare, mentre vengono raccolte dalla scopa di qualcuno.
Le foglie rosse e gialle che cadono dai rami più alti gli sembrano farfalle incaute che non temono la sua agilità (visto che proverà ad afferrarle).
Le foglie secche sono per lui solo un gioco divertente, gli uomini invece ci faranno un fuoco scoppiettante a fine giornata. 

ANALISI METRICA 
Lirica composta da 12 versi (di vario metro: ci sono novenari, settenari, ottonari) divisi in 3 strofe. Lo schema metrico è ABBA CDDC EFEF 

FIGURE RETORICHE
Enjambement: v. 1 "le foglie/secche"
Personificazione: v. 4 "la scopa che le raccoglie" (è l'uomo che spazza e raccoglie le foglie) - v. 7 "farfalle... che sfidano i suoi salti" - v. 12 "un lieto fuoco
Metafora: v. 9 "La lenta morte dell'anno", qui è rappresentata dalle foglie secche (e per estensione dall'autunno che fa seccare le foglie), ma è anche metafora della vita che si avvicina alla sua fine.
Anastrofe= v. 3 "vive le crede" - v. 11 "al tramonto un lieto fuoco
Sinestesia "v. 12 "un lieto fuoco"  

ANALISI E COMMENTO
La lirica descrive un particolare momento dell'anno, l'autunno, attraverso una scena di vita quotidiana. Siamo in città (lo presumiamo dal fatto che ci sia un marciapiede) dove un gatto si diverte a giocare con le foglie secche che qualcuno sta raccogliendo con la scopa. La prima strofa è ricca di termini relativi al movimento (rincorre- contende- raccoglie), lasciando un'impressione giocosa e vivace. I primi quattro versi rappresentano quindi un momento felice e spensierato (del gatto, ma per estensione anche dell'uomo).  La strofa ben descrive l'infanzia e la gioventù dell'uomo che vengono rappresentate dal gioco e dalla spensieratezza. 
I versi successivi descrivono invece il lento cadere delle foglie come fossero farfalle imprudenti, che non hanno paura di essere catturate dal gatto. Se nella prima strofa la sensazione principale era quella del movimento, qui prevale il senso della vista: ci sono i colori delle foglie in autunno (rosse e gialle) e ci sono i colori delle farfalle. 
Nell'ultima strofa si descrive infine l'autunno, quasi la fine dell'anno e quasi la fine della vita per l'uomo. L'impressione finale non è però di tristezza come si potrebbe aspettare: il "lieto fuoco", infatti rivela una serena accettazione dello scorrere del tempo e quindi anche della vecchiaia. 

martedì 13 ottobre 2020

ANALISI POESIA AGONIA DI UNGARETTI

AGONIA


Morire come le allodole assetate 
sul miraggio 

O come la quaglia 
passato il mare 
nei primi cespugli 
perché di volare    
non ha più voglia 

Ma non vivere di lamento 
come un cardellino accecato


PARAFRASI

Sarebbe meglio morire come le allodole che scambiano per acqua quello che è solo uno specchio. 
O come la quaglia che, dopo aver attraversato il mare, non ha più la forza di volare e muore sfinita appena toccata terra ("primi cespugli").
Piuttosto che vivere in gabbia, infelice (di lamento), come un cardellino che gli uomini hanno reso cieco.  

ANALISI METRICA

Lirica composta da 9 versi liberi divisi in tre strofe. 
Non ci sono rime vere e proprie, a parte nel 4° e 6° verso (mare-volare).
Nella seconda strofa si possono però notare delle consonanze (quaglia - cespugli - voglia) dove si ripete appunto "gli".
La lirica ha una struttura circolare: inizia e termina con un paragone (una similitudine) di tipo naturalistico. 

FIGURE RETORICHE

Similitudine= v. 1 "come le allodole assetate" - v. 9 "come un cardellino accecato
Allitterazione= v. 1 "allodole" (allitterazione della L) e "assetate" (allitterazione della S)
Enjambement= v. 1 "assetate/sul miraggio
Metafora= v. 2 "sul miraggio", cioè sugli specchietti che vengono utilizzati per catturare questa specie di uccello - v. 5 "primi cespugli" (indicano la terraferma, il primo approdo sicuro dopo la migrazione)
Inversione= vv. 7-8 "di volare/non ha più voglia


COMMENTO

La lirica fa parte di Allegria di naufragi, la prima raccolta di poesie di Ungaretti, iniziata nel 1916 e pubblicata una prima volta nel 1931, a cui seguirono molte altre edizioni in quanto il poeta continuerà a rivedere e a rimaneggiare l'opera fino alla morte. Allegria di naufragi è composta da cinque gruppi di poesie: Ultime, Il porto sepolto, Naufragi, Girovago e Prime.
E del primo gruppo, Ultime, fa proprio parte la lirica Agonia che, rappresenta, attraverso l'esistenza di tre specie di uccelli, la parabola dell'uomo. 
Agonia fu scritta prima del coinvolgimento personale del poeta nella guerra del 15-18 e si colloca fra le sue poesie "interventiste". Pur avendo affermato di non amare la guerra, Ungaretti sostenne con fervore la campagna interventista dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Sembrerebbe una contraddizione, ma una spiegazione possibile possiamo trovarla proprio in questa poesia dove il poeta afferma che è meglio morire per aver creduto in un’idea, per avere speso le proprie forze inseguendo un sogno, che continuare a vivere chiusi in una gabbia, lamentandosi e recriminando senza alcun desiderio, senza alcuna prospettiva sul futuro. Il ritmo della poesia è spezzato dalla brevità dei versi, che sembrano quasi un singulto e che ben rendono l'idea di un'esistenza difficile e dolorosa. Dolore che accomuna, anche se diversamente, gli uccelli che vengono nominati nel testo: tutti e tre, infatti, per cause diverse vanno incontro ad una fine tragica, ma è chiaro l'apprezzamento del poeta verso chi riesce comunque a compiere uno sforzo, chi ha una meta e cerca di raggiungerla pur pagando con la propria vita. 

giovedì 14 febbraio 2019

UN OSELETTO CHE CANTA D'AMORE PARAFRASI

Rinaldo d'Aquino appartiene alla Scuola Siciliana di Federico II.
Di lui si hanno pochissime notizie: si pensa che appartenesse alla famiglia di Tommaso D'Aquino e che l'imperatore lo avesse nominato falconiere.
Dante lo cita come poeta illustre nel De Vulgari Eloquentia, anche se i critici moderni sono più propensi a considerarlo un bravo retore piuttosto che un grande poeta.


Un oseletto che canta d’amore
sento la not[t]e far sì dulzi versi,
che me fa mover un’aqua dal core
e ven a gl[i] ogli, nè pò ritenersi

che no sparga fora cum tal furore,
che di corrente vena par che versi;
et i’ pensando che cosa è l’amore,
si getto fora suspiri diversi.

Considerando la vita amorosa
de l’oselet[t]o che cantar no fina,
la mia gravosa pena porto in pace:

fera pos[s]anza ne l’amor reposa, 
c’ogn’amador[e] la dotta ed enclina,
e dona canto e planto a cui li place.



Parafrasi
Di notte sento un uccellino cantare d'amore e il suo canto è così dolce da far sgorgare lacrime nel mio cuore che salgono fino ai miei occhi senza che io possa trattenerle, ma che escono fuori con tanta forza da sembrare una fonte perenne; e io, pensando a cosa è l'amore, emetto dei sospiri strani. 
Pensando alla vita amorosa dell'uccellino che non smette di cantare, sopporto volentieri la mia dura pena: una terribile forza risiede nell'amore, (una forza) che ogni amante teme e a cui si sottomette, offrendo poesie e lacrime alla donna amata.


Analisi metrica
Sonetto composto da 14 versi divisi in quattro strofe (due quartine e due terzine) che rimano ABAB e CDE CDE

Figure retoriche
Allitterazioni= v. 1 “che-canta” - v.7 “pena –porto-pace”; “amor-reposa”v.12; “canto-planto” vv.14
Rima interna= v. 14 "canto e planto"
Polisindeto= vv. 5-6
Metafora= v. 3 "me fa mover un'acqua dal core"

domenica 14 ottobre 2018

PARAFRASI QUE FARAI PIER DE MORRONE DI JACOPONE DA TODI

Que farai, Pier dal Morrone?
Èi venuto al paragone.

Vederimo el lavorato,
ché en cella hai contemplato.
S’è ’l monno de te engannato,5
séquita maledezzone.

La tua fama alta è salita,
en molte parte n’è gita:
se te sozzi a la finita,
ai bon’ sirai confusïone.10

Como segno a saietta,
tutto lo monno a te affitta:
se non ten’ belancia ritta,
a Deo ne va appellazione.

Si se’ auro, ferro o rame,15
provàrite en esto esame;
quign’ hai filo, lana o stame,
mustàrite en esta azzone.

Questa corte è una fucina
che ’l bon auro se ce affina:20
s’ello tene altra ramina,
torna ’n cennere e ’n carbone.

Se l’ofizio te deletta,
nulla malsania è più enfetta,
e ben è vita maledetta25
perder Dio per tal boccone.

Granne ho avuto en te cordoglio
como t’escìo de bocca: «Voglio»,
ché t’ hai posto iogo en coglio
che t’ è tua dannazïone.30

Quanno l’omo vertüoso
è posto en loco tempestoso,
sempre ’l trovi vigoroso
a portar ritto el gonfalone.

Grann’ è la tua degnetate,35
non è men la tempestate,
grann’ è la tua varïetate
che trovari en tua mascione.






PARAFRASI

Che farai, Pietro da Morrone?
Sei giunto al momento della prova. 

Vedremo come metterai in pratica ciò che in convento ti è stato ispirato dalla vita contemplativa.
Se il mondo è stato da te ingannato, ne seguirà una maledizione. 

La tua fama è cresciuta molto ed è giunta in molti luoghi. 
Se ti sporchi alla fine, per i buoni diventerai causa di confusione. 

Tutto il mondo pone la sua mira verso di te, come a un bersaglio per la freccia. 
Se non tieni la bilancia in equilibrio, sarai chiamato in giudizio da Dio. 

Se sei fatto di oro, ferro o rame, lo proverai in quest’esame.
Mostrerai con questa azione di che stoffa sei, se filo, lana grezza o lana da tessere. 

Questa corte è una fucina nella quale l’oro pregiato viene raffinato. 
Se l’oro contiene altro materiale impuro, si trasforma in cenere e carbone. 

Se ambisci alla carica papale, non esiste lebbra più infetta. 
Ed è una vita veramente maledetta perdere Dio a causa di tale cibo. 

Provai un grande dolore nei tuoi confronti, quando dalla bocca ti uscì la parola “Voglio”, poiché ti sei posto un giogo sul collo che è la tua dannazione. 

Quando l’uomo di valore viene posto in un luogo colpito dalla tempesta, lo trovi sempre forte e virtuoso nel sorreggere il gonfalone. 

Grande è la tua dignità, non minore è la tempesta; 
grande è la varietà di persone che troverai nella tua casa.



ANALISI METRICA

Lauda strutturata come una ballata che rima secondo lo schema AA BBBA CCCA DDDA, etc. L’ultimo verso di ogni strofa ripete sempre la rima -one della ripresa.
La poesia ha un ritmo incalzante, che sottolinea l'incertezza riguardo l'operato di Celestino. 
Il ritmo è anche scandito dall'alternanza dei tempi verbali che alternano dal futuro al passato prossimo.

ANALISI LESSICALE

Molti termini riferiti ai metalli (il "paragone" di cui parla nei primi versi è la prova di qualità dell'oro, "oro, ferro o rame", "fucina") e al mondo della tessitura ("...di che stoffa sei, se filo, lana grezza o lana da tessere"). Sono presenti anche termini e riferimenti giuridici ("se non ten’ belancia ritta, a Deo ne va appellazione").
Si ritrovano anche dei latinismi come "prelazione" e francesismi come "mansione".



PIETRO DAL MORRONE

Il destinatario della laude di Jacopone da Todi è Pietro dal Morrone, nato a Isernia nel 1215 circa e divenuto Papa il 5 Luglio del 1294. Pietro aveva circa 80 anni e prese il nome di Celestino V.
Per molti anni aveva vissuto in monastero presso Sulmona, insieme ad altri monaci che, come lui, avevano scelto una vita ritirata e di preghiera.
Nella poesia è evidente lo scetticismo di Jacopone riguardo le capacità di Celestino di essere Papa, mentre altri confidavano in lui proprio per la distanza che aveva sempre mantenuto dal mondo politico e dalle faziosità che in quegli anni agitavano la Chiesa.
Alla luce di quanto accadrà dopo poco tempo, forse Jacopone aveva ragione a dubitare di Celestino.. o forse la lirica fu scritta solo a cose avvenute, sta di fatto che Papa Celestino V abdicò il 13 Dicembre 1294, solo pochi mesi dopo essere stato eletto.
Sembra che a questa decisione lo avesse spinto Benedetto Caetani che, subito dopo, sarà eletto Papa col nome di Bonifacio VIII, non prima di aver fatto rinchiudere Pietro nel monastero di Montecassino.
Pietro del Morrone morì nel 1296 e fu santificato nel 1313. 


venerdì 24 agosto 2018

ANALISI COME IL FIORE DI BIANCOSPINO GUGLIELMO DI AQUITANIA

Nella dolcezza della primavera
i boschi rinverdiscono, e gli uccelli
cantano, ciascheduno in sua favella,
giusta la melodia del nuovo canto.
E’ tempo, dunque, che ognuno si tragga
presso a quel che più brama.

Dall’essere che più mi giova e piace
messaggero non vedo, né sigillo:
perciò non ho riposo né allegrezza,
né ardisco farmi innanzi
finché non sappia di certo se l’esito
sarà quale domando.

Del nostro amore accade
come del ramo del biancospino,
che sta sulla pianta tremando
la notte alla pioggia e al gelo,
fino a domani, che il sole s’effonde
infra le foglie verdi sulle fronde.

Ancora mi rimembra d’un mattino
che facemmo la pace tra noi due ,
e che mi diede un dono così grande:
il suo amore e il suo anello.
Dio mi conceda ancor tanto di vita
che il suo mantello copra le mie mani.


Io non ho cura degli altrui discorsi
Che dal mio Buon-Vicino mi distacchino;
Delle chiacchiere so come succede
Per picciol motto che si profferisce:
Altri van dandosi vanto d’amore,
Noi disponiamo di pane e coltello.


PARAFRASI

 Nel clima mite della primavera i boschi tornano verdi e gli uccelli si rimettono a cantare le loro melodie, ognuno secondo il modo tipico della sua specie. E' questo il momento in cui ciascuno goda di ciò che più desidera.
Non è arrivato alcun messaggio né una lettera dalla persona che più mi piace e quindi non trovo pace e non sono felice, e non oso presentarmi io davanti a lei in prima persona finché non sarò certo dell'esito positivo di ciò che chiedo. 
Al nostro amore accade come al ramo di biancospino che, attaccato alla pianta, trascorre la notte al freddo, sotto la pioggia fino al nuovo giorno, quando il sole si infila fra le foglie e le fronde verdi.
Ricordo ancora una mattina quando facemmo pace e lei mi diede un regalo grandissimo: il suo amore e un anello. Spero che Dio vorrà farmi vivere abbastanza per avere il suo mantello posato sopra le mie mani.
Io non mi curo dei discorsi della gente che vuole allontanarmi dalla persona che amo. 
So cosa succede con le chiacchiere: basta una piccola parola e già ci si vanta di essere amati.
Noi abbiamo tutto ciò che ci serve.

ANALISI METRICA 

Lirica composta da 5 strofe, ognuna di 6 versi, quasi tutti endecasillabi (ci sono anche alcuni novenari e settenari---> i versi più brevi sottolineano la fragilità dell'uomo di fronte al sentimento d'amore)


FIGURE RETORICHE

Enjambement=  v. 5/6 " si tragga/presso" - v. 11/12 " l'esito/sarà" - vv. 15/16 " tremando/la notte" 
Sineddoche= v. 8 "sigillo": il sigillo (generalmente in ceralacca) si applicava per chiudere la busta, in questo caso l'autore vuole indicare la lettera stessa
Similitudine= v. 14 e seguenti "come il ramo di biancospino" (la similitudine occupa praticamente tutta la terza strofa)
Senhal= v. 26 " Buon-Vicino" pseudonimo per la persona amata
Proverbio = v. 30 " Noi abbiamo pane e coltello", significa "noi abbiamo tutto il necessario"

COMMENTO
Nel testo sono presenti alcuni elementi caratteristici della lirica trobadorica (questi elementi diventeranno poi i topoi, i luoghi comuni della poesia duecentesca)---> l'esordio primaverile, che consiste nell'aprire il componimento poetico con una descrizione della natura che rinasce dopo aver superato il freddo invernale (prima strofa).
La rappresentazione dell'amante come uomo in pena, timido e sottomesso (il poeta soffre perché la donna non si fa viva, ma non prende alcuna iniziativa poiché teme che l'amata si neghi o non accetti la sua corte). Da notare il contrasto tra l'interiorità tormentata del poeta con l'esuberanza della natura in rinascita. Altri elementi tipici sono l'applicazione al linguaggio amoroso di un lessico specifico della gerarchia feudale ("il suo amore e il suo anello" - "il suo mantello copra le mie mani")', l'introduzione dei maldicenti invidiosi (v. 25), veri nemici degli amanti e infine, della donna mediante uno pseudonimo (senhal), nome fittizio per non rivelare l'identità dell'amata.

lunedì 14 maggio 2018

PARAFRASI RIO SALTO PASCOLI

Lo so: non era nella valle fonda
suon che s’udia di palafreni andanti:
era l’acqua che giù dalle stillanti
4tegole a furia percotea la gronda.

Pur via e via per l’infinita sponda
passar vedevo i cavalieri erranti;
scorgevo le corazze luccicanti,
8
scorgevo l’ombra galoppar sull’onda.

Cessato il vento poi, non di galoppi
il suono udivo, nè vedea tremando

11fughe remote al dubitoso lume;

ma voi solo vedevo, amici pioppi!
Brusivano soave tentennando

14lungo la sponda del mio dolce fiume



PARAFRASI  

Lo so: il suono che si udiva non era quello di
nobili cavalieri che galoppano nella notte fonda, 
ma quello dell'acqua che, gocciolando dalle tegole,
picchiava forte sulla grondaia.

Pur sapendo che non fosse vero, vedevo passare i cavalieri erranti
sulle sponde che sembravano infinite;
vedevo le loro corazze scintillanti, 
vedevo le loro ombre riflettersi sull'acqua del fiume.

Quando poi il vento cessava, non sentivo più
il rumore del galoppo, né vedevo tremando i cavalieri fuggire 
nella luce incerta della notte;

vedevo solo voi, amici pioppi!
Frusciavano e ondeggiavano
lungo la sponda del mio amato fiume. 


TEMI

La natura= Il paesaggio è campestre, descritto in una notte di pioggia, quando Pascoli bambino immagina di vedere e sentire cavalieri medievali vagare per la campagna. La familiarità dell'ambiente sfuma allora nella fantasia, tanto che le sponde del piccolo corso d'acqua paiono al poeta "infinite" e le ombre della notte si trasformano in cavalieri dall'armatura scintillante. Solo nella parte finale della lirica c'è un ritorno alla realtà: il vento smette di soffiare, la pioggia si placa e tutta la natura torna a mostrarsi senza veli e ombre. Davanti a sé il poeta riconosce gli amici pioppi che, frusciando, ondeggiano nell'aria notturna lungo le sponde del fiumiciattolo da lui amato. 


Il Ricordo= La lirica appartiene a Myricae, raccolta di poesie dedicata al ricordo del padre, brutalmente ucciso nel 1867, quando Pascoli aveva solo 11 anni. Il poeta rievoca qui le sue fantasticherie di bambino, sicuramente influenzate dalla lettura dei grandi poemi cavallereschi di Ariosto e Tasso.
Il tema del ricordo è spesso presente in Pascoli, e di frequente egli rievoca momenti dolorosi della sua infanzia; in questo caso il ricordo è più dolce e delicato, anche se non manca una nota amara: la consapevolezza ribadita più volte ("Lo so" del verso iniziale, "pur sapendo" all'inizio della seconda strofa e quel "solo voi" alla fine della lirica) che quelle fossero solo le fantasie di un bambino. 


Il nido= I pioppi davanti a casa del poeta vengono definiti "amici", perché sono a lui familiari, rappresentano la casa, il nido. E anche del piccolo fiume ci fornisce una nota di vicinanza affettiva: lo definisce "amato", forse perché luogo di gioco e spensieratezza.
Quando la sua fantasia di fanciullo si interrompe, Pascoli ritrova davanti a sé l'ambiente in cui è cresciuto e dove vive: quel luogo di un'infanzia felice che sempre rimpianse e verso cui sempre desiderò tornare.






mercoledì 4 aprile 2018

ANALISI IN LIMINE MONTALE

Godi se il vento ch’ entra nel pomario
vi rimena l’ ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’ eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall’ erto muro.
Se procedi t’ imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ ho pregato, – ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…


PARAFRASI

Rallegrati quando il vento che entra nel frutteto
vi riporta la forza della vita
lì dove c'è un inutile groviglio di ricordi,
non trovi un orto, ma un luogo di sepoltura.

Il fruscìo che senti non è il rumore delle ali di un uccello
ma il trasalire della natura;
guarda come questo lembo di terra (il pomario)
si riempie di vita.

Al di qua dell'alto muro c'è tormento.
Se vai avanti nel tuo cammino forse incontrerai
il fantasma che ti salverà:
qui (cioè al di qua del muro) si snodano le storie e le azioni degli uomini,
(azioni) che sono destinate ad essere cancellate dal tempo (per lasciare spazio al futuro).

Cerca un buco nella rete che ci imprigiona,
salta fuori, scappa!
Vai, io l'ho desiderato per te - (se tu riesci a fuggire) la sete
non mi farà più soffrire, la ruggine non sarà così amara..


ANALISI METRICA
Lirica composta da 18 versi (quasi tutti endecasillabi, ma ci sono anche dei settenari) suddivisi in quattro strofe (la prima e la terza hanno cinque versi, la seconda e la quarta ne hanno quattro).
Nella poesia sono presenti poche rime. 

FIGURE RETORICHE
Rima interna= "orto/morto
Correlativi oggettivi= "il vento che entra" = la primavera, che riporta la vita" - "eterno grembo"= la Terra  -   "erto muro"= le difficoltà della vita  - "acre ruggine"= la realtà inaridita
Enjambements= "ti imbatti/tu forse" - "nella rete/che ci stringe" - "ora la sete/mi sarà lieve"
Volgarismo= "scancellati" per "cancellati"


TEMATICHE
I strofa= la vanità del ricordo
II strofa=la natura e la sua potenza
III strofa= entità salvifica (il fantasma)
IV strofa=realtà che imprigiona l'uomo


COMMENTO
Questa lirica apre il primo libro di Montale, Ossi di seppia, e costituisce da sola la prima sezione della raccolta: il testo è stato scritto ed editato in corsivo per volontà dell’autore, forse proprio perché la poesia ha funzione di un proemio e di una dichiarazione poetica.
Il titolo In limine è in latino ed è un'espressione che può avere molti significati tra cui “soglia”, “dimora”, “inizio”, ma anche “fine” e “compimento”.
La scelta di Montale potrebbe quindi essere legata al fatto che In Limine è posta all'inizio della raccolta poetica di cui fa parte, ma più ampiamente potrebbe riferirsi ad un confine metaforico, sottile, ma determinante, fra il "qui" (spaziale e temporale) e un "oltre" cui l'uomo tende, ma che non sempre raggiunge.
Un "oltre" che rappresenta la salvezza dalla prigione che è il vivere quotidiano, un salto "oltre" il muro che impedisce la vita, un varco che libera e salva il tu ideale (forse la donna amata, forse il lettore stesso) cui la poesia è indirizzata.
Sia a livello stilistico che di significato, tutta la lirica è basata su un'antitesi fondamentale che contrappone il «pomario» al «reliquiario», la vitalità della natura e del vento alla morte, il “di là” a il «di qua dall’erto muro», la staticità del presente e il movimento, il salto che rappresentano invece il futuro, la salvezza.
Questa doppia visione regola anche i rapporti tra l’io, rassegnato a «la ruggine», e il «tu», a cui è concessa la speranza di imbattersi «nel fantasma che ti salva» e di trovare «una maglia rotta nella rete».







sabato 17 marzo 2018

PARAFRASI OROLOGIO DA ROTE DI CIRO DI PERS

Parafrasi e analisi della poesia di Ciro di Pers "Orologio da rote"

Mobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: sempre si more.

Mentre il metallo concavo percuote,
voce funesta mi risuona al core;
né del fato spiegar meglio si puote
che con voce di bronzo il rio tenore.

Perch’io non speri mai riposo o pace,
questo, che sembra in un timpano e tromba,
mi sfida ognor contro all’etá vorace.

E con que’ colpi onde ’l metal rimbomba,
affretta il corso al secolo fugace,
e perché s’apra, ognor picchia alla tomba.


Parafrasi

Congegno mobile composto da ruote dentate
scandisce il giorno e lo divide in ore 
e porta scritto sul quadrante in caratteri tristi 
per chi li sa interpretare: si muore ogni momento.
Mentre percuote la campana con il suo martello,
una voce triste mi riecheggia nel cuore, 
e non si può spiegare meglio la natura malvagia del fato
che con questa voce cupa del bronzo. 
Affinché io non possa aspirare mai ad un vero riposo o a una vera pace, 
questo oggetto, che assomiglia a un timpano e a una tromba,
mi costringe continuamente a battermi contro il tempo che divora ogni cosa.
E con quei colpi che fanno risuonare il metallo, 
accelera la corsa del tempo già di per sé veloce 
e picchia continuamente sulla pietra tombale affinché si apra. 


Analisi metrica
E' un sonetto (2 quartine e 2 terzine) che rimano ABAB CBCB DED EDE


Figure retoriche
Enjambement: vv. 1-2 "dentate rote/lacera"
Metafore: v. 1 "Mobile ordigno" (l'orologio) - 
v. 2 "lacera il giorno"--> la metafora evidenzia l'effetto distruttivo del congegno: si lacera qualcosa di fragile come la carta, il tessuto.
v. 11 "età vorace" --> il tempo
Rime: le rime dei primi 8 versi in "-ore" e "-ote" contribuiscono a creare un effetto fonico di ritmo cadenzato, una regolarità che simula e riproduce il battere dell' orologio e, per estensione, l'avanzare inesorabile del tempo che fugge.


Analisi

Tutto il componimento prende avvio dall'immagine iniziale dell'orologio e delle sue ruote dentellate che sembrano quasi le fauci di un mostro, che stracciano il giorno, scandendo il tempo dell'uomo, frammentandolo in piccoli brandelli.
L'immagine è tipicamente barocca, per quel gusto dell'esagerato, del voler creare stupore e meraviglia nel lettore. L'orologio è qui visto non come una meraviglia della tecnica e nemmeno come oggetto di uso quotidiano, bensì come un congegno malvagio, che misura il (poco) tempo che all'uomo è concesso di vivere.
E' uno strumento che, già solo per come è fatto, con le sue ruote e i suoi numeri scritti sul quadrante(le "fosche note" del v. 3) e il suono cupo e grave, ricorda continuamente all'uomo la fugacità della sua vita e lo accompagna, inesorabilmente, verso la tomba che da sempre lo aspetta.
Tutta la lirica è costruita fonicamente in analogia col suono ritmico e cadenzato dell'orologio volendo sottolinea il procedere dell'uomo verso il suo ultimo destino, la morte. 


mercoledì 16 novembre 2016

ANALISI SAN MARTINO GIOSUE' CARDUCCI

Parafrasi e analisi della poesia "San Martino" di Giosuè Carducci


La nebbia a gl'irti colli  
piovigginando sale
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo  
dal ribollir de' tini 
va l'aspro odor de i vini 
l'anime a rallegrar. 

Gira su' ceppi accesi  
lo spiedo scoppiettando: 
sta il cacciator fischiando  
su l'uscio a rimirar  

tra le rossastre nubi  
stormi d'uccelli neri, 
com'esuli pensieri,  
nel vespero migrar.  

Parafrasi
La nebbia, sciogliendosi in una lieve pioggerella, risale lungo le colline rese ispide dalle piante ormai spoglie e il mare, a causa del vento di maestrale, è bianco di spuma e fa rumore infrangendosi sugli scogli.
Ma, dal mosto che fermenta nelle botti, lungo le vie del piccolo paese si diffonde l'odore aspro del vino nuovo che rallegra i cuori.
Intanto la carne cuoce girando sullo spiedo, mentre il cacciatore se ne sta sulla soglia di casa a guardare gli stormi di uccelli che sembrano neri, in contrasto con le nuvole rosse, come quei pensieri che si vorrebbero mandare via nell'ora del tramonto.

Analisi 

Schema metrico
E' un'ode anacreontica--> 4 quartine di versi settenari che rimano ABBC DEEC FGGC HIIC


Figure retoriche
Personificazione= v. 4 "urla" del mare
Metonimia= v. 6 "ribollir de' tini" (non sono le botti che ribollono, ma il mosto che vi è all'interno)
Sinestesia= v. 7 "aspro odor"
Allitterazione= vv. 4-5-6-7 (tutta la seconda strofa) allitterazione della R (per-borgo-ribollir-aspro-odor-rallegrar)--> serve a evidenziare il senso di festa che si sta vivendo nel paese
Anastrofe= v. 9 "Gira...scoppiettando"
Similitudine= v. 15 "com'esuli pensieri"


Temi
La poesia celebra la giornata di San Martino, che si festeggia l'11 Novembre.
E' una giornata importante, nel mondo contadino, perché per tradizione è il momento in cui il mosto diventa vino e può essere imbottigliato.
Il "borgo" di cui Carducci parla è il suo paese natale, Bolgheri, nella Maremma toscana.
Apparentemente potrebbe essere quindi un racconto gioioso, quello che ci fa il Carducci, in realtà ci sono diverse immagini che trasmettono un senso di angoscia e di precarietà.
Intanto il paesaggio descritto è di tipo autunnale: la nebbiolina che diventa pioggia, le colline prive di vegetazione, l'odore del mosto che si spande nel paese, gli uccelli riuniti in stormo pronti a migrare.
Poi, fin dai primi versi della poesia, emerge il senso di una natura minacciosa: il mare in tempesta che si frange sugli scogli, il freddo vento di maestrale che lo spazza, la nebbia che avvolge le colline.
A far da contrasto a queste immagini poco serene vi è però la descrizione di un paese in festa: sia la seconda che la terza strofa sono ricche di immagini gioiose--> l'odore del mosto, il fuoco vivace (scoppiettando) che cuoce la carne, il cacciatore che fischietta sull'uscio.
La strofa finale riporta invece alcune note piuttosto cupe: nell'ora del tramonto, gli uccelli in volo appaiono neri e trasmettono il senso della precarietà della vita, del tempo che passa, della morte.
Alla luce di quanto detto si può parlare quindi di una struttura ad anello--> la prima e l'ultima strofa: presentano una natura minacciosa e immagini cupe, mentre le due strofe centrali fanno da contrasto a questa sensazione.

lunedì 14 dicembre 2015

VIDERO LI OCCHI MIEI QUANTE PIETATE ANALISI E COMMENTO

Videro li occhi miei quanta pietate
era apparita in la vostra figura
quando guardaste li atti e la statura
ch’io faccio per dolor molte fiate.

Allor m’accorsi che voi pensavate
la qualità de la mia vita oscura,
sì che mi giunse ne lo cor paura
di dimostrar con li occhi mia viltate.

E tolsimi dinanzi a voi, sentendo
che si movean le lagrime del core,
1ch’era sommosso da la vostra vista.

Io dicea poscia ne l’anima trista:
"Ben è con quella donna quello Amore
lo qual mi face andar così piangendo".


Parafrasi
I miei occhi videro quanta compassione
era apparsa sul vostro volto
quando vi accorgeste del  mio atteggiamento e 
dell'espressione che faccio (che assumo) molte volte per il dolore. 

Allora mi accorsi che voi pensavate
a quanto fosse dolorosa la mia vita,
tanto che nel cuore mi venne paura
di mostrarvi col pianto la mia debolezza

Mi sono allontanato dal vostro sguardo,
sentendo uscire le lacrime che avevo nel cuore,
agitato dalla vostra presenza.

Io dissi poi dentro di me
"Certamente con quella donna si trova quell'Amore
che mi rende così triste".


Metro
Sonetto composto da due quartine e due terzine che rimano ABBA ABBA CDE EDC

Commento
La lirica fa parte della Vita Nova: Beatrice è morta da un anno e Dante incontra per strada una "donna gentile" che sembra accorgersi del dolore che il poeta prova dentro di sè. Questo lo porta ad allontanarsi dalla sua presenza, affinché non veda i suoi occhi piangere, e gli fa pensare che anche dentro questa donna debba esserci Amore, quel sentimento così nobile e potente da renderlo ancora, dopo tempo, infinitamente triste per la scomparsa della sua amata.

Parola chiave del testo è pietate, posta all'inizio del sonetto e caratterizzata da un enjambement che serve appunto a rallentare il ritmo e a focalizzare l'attenzione su questa parola. La compassione che Dante legge nel volto di questa donna lo commuove fino alle lacrime, la sua disponibilità alla comprensione e alla tenerezza la rendono nobile e degna di Amore. 
Non è stato possibile da parte della critica risalire all'identità della donna che -Dante lo indica nell'introduzione in prosa che precede il sonetto - lo sta osservando da una finestra. 
Questa notazione introduttiva conferisce alla poesia un'atmosfera più quotidiana, meno idealizzata: verosimilmente Dante sta passeggiando, è triste e si accorge dello sguardo compassionevole di questa donna che coglie l' espressione e l'atteggiamento addolorato del poeta.


lunedì 9 novembre 2015

PARAFRASI O IUBELO DEL CORE IACOPONE DA TODI

O iubelo del cuore
O iubelo del cuore
O gioia del cuore
O iubelo del core,
che fai cantar d’amore!
Quanno iubel se scalda,
fa l’omo cantare,
5 e la lengua barbaglia
e non sa che parlare:
dentro non celare,
tant’è grannel dolzore.

Quanno iubel è acceso,
10 sì fa l’omo clamare;
lo cor d’amor è appreso,
che nol comportare:
stridenno el fa gridare,
e non virgogna allore.

15 Quanno iubelo ha preso
lo core ennamorato,
la gente l’ha ’n deriso,
pensanno el suo parlato,
parlanno esmesurato
20 de che sente calore.

O iubel, dolce gaudio
ched entri ne la mente,
lo cor deventa savio
celar suo convenente:
25 non esser soffrente
che non faccia clamore.

Chi non ha costumanza
te reputa ’mpazzito,
vedenno esvalïanza
30 com’om ch’è desvanito;
dentrha lo cor ferito,
non se sente da fore.
O gioia del cuore,
che fai cantare d’amore!

Quando la gioia si accende,
allora fai cantare
e la lingua balbetta
e non sa quel che dice:
non può nascondere dentro
la dolcezza, tanto è grande.

Quando la gioia si accende,
fa gridare l’uomo;
il cuore è preso dall’amore
(così ) tanto da non poterlo sopportare:
stridendo lo fa gridare
e in quel momento (l’uomo) non si vergogna.

Quando la gioia ha preso (completamente)
il cuore innamorato,
la gente lo deride
pensando alle sue parole
che saranno sicuramente smisurate
riguardo a ciò per cui sente la passione.

O gioia, dolce piacere
che entri nella mente
il cuore sarebbe saggio se celasse il proprio stato
però non riesce ad evitare
di abbandonarsi alle grida.

Chi non ha esperienza (dell’amore)
ti considera pazzo,
vedendo il comportamento strano
come di un uomo che è fuori si sé;
un cuore che è ferito dentro
non si percepisce dall’esterno


ANALISI DELLA POESIA

METRO
E' una ballata in versi settenari. All'inizio è presente un distico (due versi) a cui seguono strofe da 6 versi.

STRUTTURA
Sono presenti alcuni nuclei tematici che ritornano più volte nella lirica.
a)calore dell'amore, dolcezza dell'amore, gioia che provoca nell'uomo (parole chiave: se scalda, acceso, calore, dolzore, dolce gaudio, iubelo)
b)chi prova questo amore non può fare a meno di cantare e gridare, la potenza del sentimento non è contenibile in nessun modo (fai cantare d'amore, fa l'omo cantare, l'omo clamare, el fa gridare, non faccia clamore, dentro non pò celare, nol pò comportare)
c)questa forza dirompente dell'amore deve però fare i conti con i limiti dell'espressione umana: non c'è parola che possa esprimere veramente quello che si prova e quindi l'uomo balbetta e si rende ridicolo agli occhi della gente che lo deride (la lengua barbaglia, non sa che parlare, parlanno esmesurato, te reputa 'mpazzito, co'om ch'è desvanito)

FIGURE RETORICHE
Francesismi: v. 8 Dolzore= "douceur" dolcezza - v. 29 "esvalianza"
Latinismi: v.21 "gaudio"
Anafore: "iubel/iubelo" inizio del distico e di ogni strofa
Rima siciliana: v. 15/17 "preso/deriso"

TEMI L'amore di cui parla Iacopone in questa lirica è l' amore mistico, cioè quel sentimento che mette in comunicazione l'uomo con Dio. Gli effetti di questa passione, che dovrebbe essere spirituale, sono presentati come del tutto simili a quelli di un amore propriamente fisico, erotico: è un sentimento sconvolgente e profondamente irrazionale, che coinvolge tutti i sensi di chi lo prova.

venerdì 9 ottobre 2015

COME RICONOSCERE LE METAFORE

La metafora si ha quando in un testo una parola viene sostituita da un altro termine che ha un significato equivalente o simile. 

Per farla semplice pensate che la metafora è una similitudine senza il “come
Es.
Paola è veloce come un fulmine (similitudine)
Paola è un fulmine (metafora)

Quel tiramisù è come una bomba (similitudine)
Quel tiramisù è una bomba  (metafora)

Alcuni esempi di metafore per abituarvi a riconoscerle nei testi (sia poetici che in prosa).

Esempi di metafore

La mia nipotina è un terremoto
Giorgio era divorato dai sensi di colpa
Oggi mi sento uno straccio
Il mare dei ricordi mi tormenta
Per ricaricarti ci vuole un tuffo nel verde della campagna
Il fiume serpeggia lungo la valle
Le tue parole sono lame taglienti
Non preoccuparti per Giulio: è una roccia!
Ieri sera c’è stata bufera in casa dei Rossi
Certe volte Roberta è proprio un’oca
Fate attenzione all’ispettore: è una volpe
Laura aveva i capelli d’oro
Da quando mi ha lasciato ho il cuore di pietra
Mi ha mandato un sacco di baci
Se ne è andato nel fiore dell’età
Carlo, nel suo lavoro, ha bruciato le tappe
I due giovani si mangiavano di baci
Il seme della discordia germogliò velocemente
Anna, mentre aspettava il suo bimbo, era un fiore
La campagna sta morendo a causa dell’inquinamento