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sabato 17 agosto 2013

CONFRONTO PENELOPE E DIDONE

Penelope nell'Odissea è la moglie amorevole e fedele di Ulisse. 
Didone, invece, è la donna che, rasentando la follia, vorrebbe sposare Enea.

Penelope tesse la sua tela
Differenze
Penelope è, come dicevamo, fedele, fiduciosa nel ritorno del marito; è forte, anche se ogni tanto sembra vacillare sotto il peso della solitudine e di quei 20 anni di lontananza dal marito.
Però sa sempre ritrovare la forza e il coraggio, non si da per vinta e riesce a non cedere all'insistenza dei Proci.
Didone dal canto suo appare più volubile, più fragile. Il suo "amore" sembra meno solido di quello di Penelope: ha più l'aspetto di un'infatuazione, di una passione violenta, destinata a consumarsi presto. Didone infatti perde la testa, maledice l'uomo che ama e poi si uccide.
Non è forte abbastanza per superare l'abbandono e non trova altro rimedio per la sua sofferenza che quello più tragico ed estremo: una vendetta che la porta solo all'autodistruzione.
Penelope e Didone sono personaggi profondamente diversi: entrambi caratterizzati da un grande sentimento d'amore che però viene vissuto in maniera opposta: leale e profondo il primo, lussurioso e devastante il secondo.

Punti in comune
Queste due donne hanno però in comune il destino di tutte le donne del mondo antico: mentre i loro uomini sono protagonisti di vicende avventurose, esse restano confinate alla scena domestica, all'attesa, alla paziente accettazione di ciò che gli dei capricciosi decidono per i loro uomini.
Ulisse ed Enea non hanno altra scelta che avventurarsi nelle missioni gloriose e nelle battaglie che li portano lontani dalle loro donne; le donne, dal canto loro,  non hanno altra scelta che restare a soffrire per la loro assenza, per i loro tradimenti, per la solitudine cui sono inevitabilmente condannate.
Questo atteggiamento remissivo e paziente è sicuramente poco compatibile con il mondo moderno, con i valori che oggi regolano i rapporti tra uomo e donna che sono ormai paritari in quasi tutti i paesi del mondo.
 

mercoledì 22 maggio 2013

PARAFRASI EPISODIO TERSITE E ODISSEO

Gli altri stavano seduti e rimasero al loro posto. Solo Tersite parlava ad alta voce, senza misura, perché aveva dentro tante parole, ma le diceva a caso, per insultare i sovrani: cercando di dire qualcosa che fosse divertente per i Greci. 

Era l'uomo più spregevole che fosse andato ad assediare Troia.
Aveva le gambe storte, era zoppo da un piede, le sue spalle erano curve e rientranti sul petto; il cranio era a pera con pochi capelli. (1) Era molto odiato soprattutto da Achille e da Odisseo, perché parlava sempre di loro ingiuriandoli. 

Quel giorno si mise ad urlare contro il glorioso Agamennonepensando che gli Achei, in cuor loro, ce l'avessero con lui e diceva al figlio di Atreo di non lamentarsi perché la sua tenda era piena di  bottini di guerra e di donne che gli Achei sceglievano per lui dopo l'assedio ad una città. Tersite rinfaccia ad Agamennone la sua sete di oro, (oro) che gli viene portato come riscatto per un figlio fatto prigioniero e gli chiede se abbia voglia di una giovane donna per fare l'amore con lei.

Continua dicendo di non ritenere giusto che, essendo lui il capo, tutti gli Achei debbano trovarsi nei guai e invita i compagni a tornare a casa con le navi e a lasciarlo da solo a godersi i suoi bottini, cosicchè, una volta solo, potrà rendersi conto di quanto utili fossero i suoi compagni. Lo rimprovera di aver offeso anche Achille, uomo migliore di lui, e di avergli strappato il suo premio; continua ricordandogli che è un uomo fortunato perché Achille non gli porta rancore, diversamente non avrebbe più avuto modo di offendere qualcuno.

Dopo le ingiurie di Tersite verso Agamennone, capo supremo degli eserciti, gli si avvicina il glorioso Odisseo guardandolo minaccioso, e lo investe con dure parole dicendogli che le sue frasi sono sconclusionate e, anche se è un bravo oratore, deve smetterla e non osare più offendere i re. Odisseo prosegue dicendo che non c'è uomo più vile di lui, tra quelli andati ad assediare Troia. Gli intima di non osare nemmeno nominare i Re, di non buttar fuori ingiurie e di non desiderare il ritorno: non sanno ancora bene come andranno le cose e  se riusciranno a tornare a casa. Odisseo chiede poi come si può permettere di offendere Agamennone, solamente perché gli eroi greci gli fanno dei regali. Infine lo minaccia dicendo che se dovesse accorgersi ancora di un suo comportamento dissennato, lo acciufferà, lo spoglierà delle vesti, del mantello e della tunica che gli ricopre le parti intime e lo rimanderà piangente alle navi.

Dopo aver detto questo, gli percuote con lo scettro le spalle ed il petto, e Tersite si contorce per il male;  gli cade una grossa lacrima e un livido affiora a causa dei colpi; poi si siede spaventato e dolorante asciugandosi le lacrime.
Gli altri si mettono a ridere di cuore per questa cosa, nonostante siano dispiaciuti, e si dicono l'un l'altro che  Odisseo ha fatto mille cose belle, dando buoni consigli e primeggiando in guerra; ma questa è stata in assoluto la migliore, cioè aver zittito quel villano arrogante.
Sono sicuri che Tersite non oserà mai più offendere i re.

NOTE: il discorso diretto è stato trasformato in indiretto. 
1)Descrizione fisica di Tersite

mercoledì 3 aprile 2013

EPISODI DELLA FURBIZIA DI ULISSE

Alcuni episodi che raccontano l'astuzia del più grande eroe omerico.

Ulisse si finge pazzo per non andare in guerra
Prima della guerra di Troia, i messaggeri di Agamennone vanno a Itaca per reclutare Ulisse e portarlo in guerra. Ma Ulisse non ha nessuna intenzione di lasciare la propria famiglia e per questo si finge pazzo: aggioga ad un aratro un cavallo ed un bue e fa trovare mentre ara la spiaggia e vi semina del sale. Però, tra coloro che sono venuti a prenderlo, c'è qualcuno più furbo di lui. Palamede, infatti, prende il figlio di Ulisse, Telemaco, e lo mette davanti all'aratro per vedere se il padre è veramente così pazzo da travolgerlo. Ulisse in questo modo viene smascherato ed è costretto a partire per Troia.

Il ratto del Palladio
Il Palladio è un antichissimo simulacro ligneo di Minerva che viene custodito nella rocca di Pergamo (la rocca di Troia). Secondo un'antica tradizione la città che lo custodisce non può essere conquistata dai nemici. Ulisse, però, insieme a Diomede, si introduce in città travestito da mendicante, ruba l'immagine della dea e, scavalcando le mura, lo porta nell'accampamento degli Achei. Quest'avventura viene raccontata come una delle cause della sconfitta troiana. 

Il cavallo di Troia
Dopo la morte di Achille i Greci non pensano di riuscire più a conquistare Troia, ma l'astuzia di Ulisse muta le sorti di una guerra che è in stallo da ben 10 anni. Una mattina, infatti,  le sentinelle troiane si accorgono che le navi greche sono salpate e trovano sulla spiaggia, ormai deserta,  un gigantesco cavallo di legno lasciato come dono (pensano!) alla dea Atena. Priamo acconsente a farlo entrare in città contro il volere di Cassandra, la profetessa che è a conoscenza dell'inganno. La porta della città viene così distrutta al fine di permettere il passaggio del cavallo. Dopo una notte di festa le sentinelle troiane si addormentano convinte che i Greci se ne siano andati, ed è a quel punto che dal cavallo di legno si apre un pertugio da cui scendono Ulisse e una trentina tra i più valorosi guerrieri achei. I guerrieri sgozzarono le sentinelle addormentate e aprono le porte della città ai compagni che aspettavano di fuori con i quali conquistano finalmente Troia.

Il Ciclope
Ulisse e i suoi compagni durante il viaggio di ritorno ad Itaca sbarcano sull'isola dei Ciclopi in cerca di cibo. Qui, però, rimangono intrappolati nella grotta dove vive Polifemo: la grotta, infatti, ha l'uscita bloccata da una gigantesca pietra che solo il ciclope riesce a spostare. Molti dei compagni di Ulisse muoiono divorati dal gigante, finchè Ulisse mette a punto un piano per riuscire a fuggire.  Per prima cosa appuntisce un grosso tronco di ulivo, poi insieme ai compagni fa ubriacare il Ciclope che gli domanda quale sia il suo nome e Ulisse risponde "Nessuno". Quando il Ciclope cade addormentato, i naufraghi arroventano la punta del tronco e la conficcano nell'unico occhio del gigante. Quando Polifemo esce per chiedere aiuto agli altri Ciclopi non viene aiutato in quanto dichiara che ad accecarlo è stato "Nessuno". Al mattino, infine, il ciclope fa uscire le sue pecore dalla grotta non vedendo che Ulisse e i suoi compagni sono nascosti sotto il ventre degli animali. In questo modo riescono a raggiungere la spiaggia e a fuggire.

Ulisse inganna i Proci
Arrivato ad Itaca Ulisse si imbatte in un pastorello - che in realtà è Minerva - il quale gli chiede chi fosse e lui con la sua proverbiale astuzia inventa una storia di marinai fenici che lo avevano ospitato nella loro nave per poi abbandonarlo addormentato su quella spiaggia. Minerva poi, riassunte le sembianze della dea, gli consiglia di trasformarsi in un vecchio mendicante. Così travestito, Ulisse va dal suo fedele porcaro, Eumeo, al quale raccontò un’altra falsa storia; lì lo raggiunge il figlio Telemaco e anche a lui, subito, Ulisse non rivela la sua vera identità. Poi insieme a Eumeo e ad Atena, visibile solo a lui, si aggira fra i Proci per rendersi conto di chi fossero i pretendenti al suo trono. Il principale di questi era Antinoo di Itaca al quale Ulisse, sempre sotto le spoglie di mendicante, narra un'altra falsa versione della sua storia. Ulisse, quindi, continua a presentarsi a tutti sotto le false spoglie di un mendicante, anche alla stessa Penelope; alla moglie, infatti, raccontò di aver visto Ulisse, il quale gli avrebbe detto che si stava recando a Dodona a consultare l’oracolo di Zeus per poi fare rientro a Itaca. L’unica a scoprire la sua identità, oltre al fedele cane Argo, è la vecchia nutrice Euriclea la quale, nel lavargli i piedi come ordinatogli da Penelope, nota la cicatrice che Ulisse aveva sulla gamba, ma questi le ordina di non rivelare il suo segreto. L’inganno di Ulisse dura fino al giorno seguente quando, alle pressanti richieste dei pretendenti al trono, Penelope, ispirata da Atena, risponde che il successore di Ulisse sarebbe stato colui il quale fosse riuscito a scagliare una freccia, con l’arco di Ulisse, facendola passare attraverso i dodici anelli delle asce messe in fila.
Nessuno dei Proci ci riesce e quando il vecchio mendicante chiede di poter provare viene deriso da tutti. Ma riesce nell'impresa e rivela così a tutti la sua identità. Con l'aiuto del figlio Telemaco e di alcuni servi fedeli, Ulisse uccide i Proci e si ricongiunge all'amata Penelope.