martedì 17 gennaio 2023

PARAFRASI LA SALUBRITA' DELL' ARIA PARINI

Oh beato terreno
Del vago Eupili mio,
Ecco al fin nel tuo seno
M’accogli; e del natìo
Aere mi circondi;
E il petto avido inondi.


Già nel polmon capace
Urta sè stesso e scende
Quest’etere vivace,
Che gli egri spirti accende,
E le forze rintegra,
E l’animo rallegra.


Però ch’austro scortese
Quì suoi vapor non mena:
E guarda il bel paese
Alta di monti schiena,
Cui sormontar non vale
Borea con rigid’ ale.


Nè quì giaccion paludi,
Che dall’impuro letto
Mandino a i capi ignudi
Nuvol di morbi infetto:
E il meriggio a’ bei colli
Asciuga i dorsi molli.


Pera colui che primo
A le triste ozïose
Acque e al fetido limo
La mia cittade espose;
E per lucro ebbe a vile
La salute civile.


Certo colui del fiume
Di Stige ora s’impaccia
Tra l’orribil bitume,
Onde alzando la faccia
Bestemmia il fango e l’acque,
Che radunar gli piacque.


Mira dipinti in viso
Di mortali pallori
Entro al mal nato riso
I languenti cultori;
E trema o cittadino,
Che a te il soffri vicino.


Io de’ miei colli ameni
Nel bel clima innocente
Passerò i dì sereni
Tra la beata gente,
Che di fatiche onusta
È vegeta e robusta.


Quì con la mente sgombra,
Di pure linfe asterso,
Sotto ad una fresc’ ombra
Celebrerò col verso
I villan vispi e sciolti
Sparsi per li ricolti;


E i membri non mai stanchi
Dietro al crescente pane;
E i baldanzosi fianchi
De le ardite villane;
E il bel volto giocondo
Fra il bruno e il rubicondo,



Dicendo: Oh fortunate
Genti, che in dolci tempre
Quest’aura respirate
Rotta e purgata sempre
Da venti fuggitivi
E da limpidi rivi.



Ben larga ancor natura
Fu a la città superba
Di cielo e d’aria pura:
Ma chi i bei doni or serba
Fra il lusso e l’avarizia
E la stolta pigrizia?


Ahi non bastò che intorno
Putridi stagni avesse;
Anzi a turbarne il giorno
Sotto a le mura stesse
Trasse gli scelerati
Rivi a marcir su i prati


E la comun salute
Sagrificossi al pasto
D’ambizïose mute,
Che poi con crudo fasto
Calchin per l’ampie strade
Il popolo che cade.


A voi il timo e il croco
E la menta selvaggia
L’aere per ogni loco
De’ varj atomi irraggia,
Che con soavi e cari
Sensi pungon le nari.


Ma al piè de’ gran palagi
Là il fimo alto fermenta;
E di sali malvagi
Ammorba l’aria lenta,
Che a stagnar si rimase
Tra le sublimi case.



Quivi i lari plebei
Da le spregiate crete
D’umor fracidi e rei
Versan fonti indiscrete;
Onde il vapor s’aggira;
E col fiato s’inspira.


Spenti animai, ridotti
Per le frequenti vie,
De gli aliti corrotti
Empion l’estivo die:
Spettacolo deforme
Del cittadin su l’orme!


Nè a pena cadde il sole
Che vaganti latrine
Con spalancate gole
Lustran ogni confine
De la città, che desta
Beve l’aura molesta.


Gridan le leggi è vero;
E Temi bieco guata:
Ma sol di sè pensiero
Ha l’inerzia privata.
Stolto! E mirar non vuoi
Ne’ comun danni i tuoi?


Ma dove ahi corro e vago
Lontano da le belle
Colline e dal bel lago
E dalle villanelle,
A cui sì vivo e schietto
Aere ondeggiar fa il petto?


Va per negletta via
Ognor l’util cercando
La calda fantasìa,
Che sol felice è quando
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto.
Oh terra felice del mio bel lago di Pusiano, finalmente mi accogli nel tuo abbraccio; e mi avvolgi con l'aria del luogo natale, e mi riempi il petto desideroso di aria pura.



Quest'aria tonificante entra impetuosamente nei polmoni che si dilatano, guarendo gli spiriti malati, rinvigorendo le forze indebolite e rallegrando l'animo.




Perché lo scirocco nocivo non arriva qui a portare umidità: e un'alta catena di monti, che la tramontana non riesce a valicare con il suo soffio gelido, protegge il paese.



Qui non ristagnano paludi che dal fondo fangoso emanano verso le teste non protette delle persone una nebbia infetta di malattie: il sole di mezzogiorno rende asciutti i dorsi bagnati di rugiada dei bei colli.



Possa morire colui che per primo espose la mia città alle infide acque stagnanti e al fango maleodorante; e che per sete di guadagno disprezzò la salute dei cittadini.



Certamente costui ora si dibatte nel fango orrido del fiume Stige, da cui sollevando il viso maledice il fango e le acque che decise di raccogliere intorno alla città.





Guarda (o lettore) gli agricoltori malati, segnati in viso da un pallore mortale in mezzo al riso maledetto; e trema, o cittadino, tu che sopporti di averne la coltivazione così vicina a te.



Io nel bel clima privo di pericoli dei miei dolci colli vivrò felicemente tra gente lieta, che, per quanto gravata dalle fatiche, è sana e florida.



Qui, con la mente libera, purificato in acque limpide, al riparo di un'ombra fresca, celebrerò con i miei versi i contadini vivaci e agili sparsi per i campi coltivati ;



e le loro membra instancabili nella coltivazione del grano; e i fianchi esuberanti delle spavalde contadine; e il loro bel volto allegro, abbronzato e rossastro,





dicendo: Oh genti fortunate, che in un clima mite respirate quest'aria sempre mossa e purificata da venti fugaci e da limpidi ruscelli.





La natura fu ben generosa di cielo e d'aria pura anche nei confronti di Milano: ma chi conserva ora quei bei doni, fra il lusso e l'avidità (avarizia) e la dissennata indolenza?


Non fu sufficiente, ahimè, che avesse intorno stagni putridi; anzi, per inquinare ancor più la propria aria, essa ha portato fin sotto le sue mura le acque maledette per farle marcire sui prati



e la salute collettiva fu sacrificata per procurare il pasto a lussuose pariglie di cavalli, le stesse che poi, con crudele ostentazione di ricchezza, calpestano sulle ampie strade il popolo, che ne è travolto.




A voi il timo, lo zafferano e la menta selvatica riempiono in ogni luogo l'aria dei loro vari effluvi aromatici, che stimolano le narici con sensazioni dolci e gradevoli.



Invece ai piedi dei palazzi cittadini alti mucchi di letame imputridiscono; e ammorbano con esalazioni nocive l'aria inerte, che è rimasta a stagnare fra gli alti edifici.




Qui le case dei poveri rovesciano in strada cascate sconvenienti di liquami malsani e nocivi dai vasi più umili ; da essi si diffonde un fetore che si inala respirando.





Animali morti, abbandonati per le vie affollate, riempiono il giorno d'estate con le loro esalazioni malsane: che spettacolo ripugnante sul cammino dei cittadini!




E appena cala il sole, i carri dei rifiuti, con le coperture aperte, percorrono ogni quartiere della città, che, ancora sveglia, respira quell'aria nociva.



Le leggi lo vietano, è vero; e Temi osserva con severità quello che accade: ma la pigrizia dei privati cittadini si cura soltanto di sé stessa. Cittadino dissennato! Non riesci a vedere, nel danno collettivo, anche il tuo stesso danno?



Ahimè, ma dove corro, dove vado vagabondo, lontano dai bei colli e dal bel lago e dalle contadinelle, alle quali l'aria così vivace e pura fa ondeggiare il petto?



La mia appassionata ispirazione, che è felice solo quando può unire l'utilità al merito di un canto piacevole, procede per una via trascurata, cercando sempre l'utile sociale.

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