venerdì 5 aprile 2013

POESIE ITALIANE SULL'EMIGRAZIONE

Pubblichiamo i testi di alcune poesie di autori italiani (Pascoli, Dino Campana, Gianni Rodari, Edmondo De Amicis) che hanno trattato il tema dell'emigrazione.


GIOVANNI PASCOLI - "NANNETTO"


Su qualche tetto erano forse al sole
o in qualche prato, simili a vedere
a bianche pietre, in tanto verde, sole.
Io le cercava, una di queste sere,
guardando certe novità dell'orto
suo: peri nani con enormi pere.
Andavo su e giù come a diporto
col babbo suo, mentre cercavo intorno
le due colombe del fanciullo morto.
Le avea portate da Zurigo un giorno
e qui lasciate per tenergli il posto
nella sua casa fino al suo ritorno;
per aspettarlo fino al nuovo agosto;
no, per restare anch'esso tra i suoi monti
e veder tutto, dentro lor nascosto:
girare i boschi, bere ai puri fonti
della sua terra, e te godere ancora,
sole, che così bello oggi tramonti,
e, dopo ancor l'Avemaria, quest'ora
chiara e la sera che s'addorme e pare
sognar, sui monti, d'essere l'aurora.
A lui parrebbe d'esserci, e di fare
qualcosa anch'esso e d'aiutare un poco
i suoi compagni e lor sorelle care:
roncare insieme, ma così per gioco,
tirar la piena stridula carretta,
mettere al mucchio dell'erbacce il fuoco;
a un primo lampo, a un primo tuono, in fretta
correre tutti ad ammucchiare il fieno;
condurre a mano la vacca soletta;
e per la strada, sotto un ciel sereno
come ora, con qualcuno che s'arresta,
parlar di forivia, del più, del meno;
andare ad ogni sagra, ad ogni festa
de' suoi villaggi, semplice e fedele,
con lo straniero berrettino in testa;
e contemplare il nuovo San Michele,
venuto insin d'America ad Albiano,
tra quel vapor d'incenso e di candele.
Oh! ci sarebbe, pur così lontano!
vedrebbe qui, sull'ali del suo paio
di colombelle, viti ulivi e grano:
e le ceragie prime, e il primo staio
delle castagne, e i primi fichi d'oro
vedrebbe, e il primo grispolletto vaio!
Dove son elle? Il cielo in vano esploro.
Dov'è il ricordo del fanciullo buono?
Ed ecco il padre un fischio dà sonoro.
Ed ecco un altro suono dietro il suono;
un lieve moto, un fischio, un volo, un rombo.
Ei non c'è più; ma elle ancor ci sono.
Vien la colomba accanto al suo colombo,
e tutti e due si posano su 'n ramo,
snodando il collo del color di piombo.
Scattano il collo a rimirar chi siamo,
a lungo a lungo. Esse beveano al fiume,
quando le scosse il solito richiamo.
- Dov'è? - Guardano guardano nel lume
roseo. - Non c'è! - Riguardano. E non vanno.
Col becco intanto lisciano le piume.
No, che non c'è. Non tornerà quest'anno!
È il babbo solo... e tanto in cuor gli spiace
d'avervi fatto questo breve inganno.
Non c'è, per ora. Ite a dormire in pace.
Nannetto vostro è sempre via pel mondo,
ed, a quest'ora, anch'esso dorme, e tace.
Non più, colombe, ora a Zurigo, in fondo
di Magnusstrasse, ritto dietro il banco,
vede chi passa, il bel fanciullo biondo.
Vede bensì l'Eichhörnchen suo, che stanco
è d'aspettare, e siede sullo staggio
mostrando tutto il folto petto bianco.
Né prende i semi d'acero e di faggio
tra le zampine, e pensa che l'estate
finisce, ed ei non torna dal vïaggio
fatto in cercar le due compagne alate.

GIOVANNI PASCOLI - "GLI EMIGRANTI NELLA LUNA"

Canto II
E la luna calante batté gialla
sull’impannata. Netta, senza brume, stava,
sul liscio mar di neve a galla.

L’immensa taiga biancheggiava al lume.
Qualche betulla nuda, qualche
cono d’abete, e solchi d’ombra d’un gran fiume.

E si levò tra quelle genti un suono
dolce di voce: «Il giovine straniero
giunto tra noi, che parla a noi, ch’è buono...

egli sa tutto; vede anche il pensiero
chiuso nei cuori... egli leggeva un giorno
un libro, Il libro che ci dice il vero...

La Luna , dice, è un’altra Terra, attorno
a questa Terra. E ci si va. C’è gente
che v’andò, che ne parla, ora, al ritorno...»

La giovinetta voce piovea lente
le sue parole. Balenava un raggio
or qua or là da due pupille attente.

E il contadino e il boscaiol selvaggio
e donne e bimbi nella solitaria
capanna, udian la storia del passaggio

a quella luna, per il mar dell’aria.

EDMONDO DE AMICIS - "GLI EMIGRANTI"

Cogli occhi spenti, con le guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.

E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.

Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.

Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.

Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.

Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.

Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.

Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.

E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!

E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.

Addio, poveri vecchi! In men d’un anno
Rosi dalla miseria e dall’affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.

Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire....
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.

Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.

Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.

E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.

Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.

Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.

E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.

DINO CAMPANA - BUENOS AIRES

Il bastimento avanza lentamente
Nel grigio del mattino tra la nebbia
Sull'acqua gialla d'un mare fluviale
Appare la città grigia e velata.
Si entra in un porto strano. Gli emigranti
Impazzano e inferocian accalcandosi
Nell'aspra ebbrezza d'imminente lotta.
Da un gruppo d'italiani ch'è vestito
In un modo ridicolo alla moda
Bonearense si gettano arance
Ai paesani stralunati e urlanti.
Un ragazzo dal porto leggerissimo
Prole di libertà, pronto allo slancio
Li guarda colle mani nella fascia
Variopinta ed accenna ad un saluto.
Ma ringhiano feroci gli italiani."

GIANNI RODARI - IL TRENO DEGLI EMIGRANTI


Non è grossa, non è pesante
la valigia dell'emigrante...
C'è un po' di terra del mio villaggio,
per non restar solo in viaggio...
un vestito, un pane, un frutto
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l'ho portato:
nella valigia non c'è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuole venire.
Lui resta, fedele come un cane.
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù...
Ma il treno corre: non si vede più.




GIOVANNI PASCOLI - "ITALY"      (abbiamo postato il link perché sono 450 versi!)


1 commento:

  1. aldo colangelo11 giugno 2017 20:50

    ... mi congratulo vivamente per il Vostro dilgente e paziente lavoro di raccolta di documenti storici - prodotti nella nostra letteratura poetica - che trattano dell'emigrazione... Vi ringrazio, di cuore, perche' mi avete fatto risparmiare del tempo prezioso... sto prepaando le fonti di informazioni con cui, a settembre prossimo, potro' far rilevare, a Canadesi di origine italiana, l'importanza decisiva e dolorosa, per noi emigrati/immigrati, di come duole dover essere andati all'Estero per guadagnarci da vivere.... Grazie, grazie e che Iddio Vi guidi e benedica... ciao.

    aldo colangelo, Toronto, Canada'

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