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sabato 4 maggio 2013

WORKHOUSES IN VICTORIAN AGE

Strand Union Workhouse - Londra
A workhouse was a place where those unable to support themselves were offered accommodation and employment. Workhouses are closely associated with life in Victorian England, although they are in fact much older.

The Poor Law Amendment Act of 1834 ensured that no able-bodied person could get poor relief unless they went to live in special workhouses. The idea was that, through working,  the poor would learn good habits, growing less lazy and perhaps learning to fend for themselves. This attitude ignored the very real problems faced by the poor, such as lack of education, the need to support large families, and rising costs of living in many urban areas.
Bambini in una workhouse
Also in the workhouses were orphaned and abandoned children, the physically and mentally sick, the disabled, the elderly and unmarried mothers.

Families in the workhouse
Husbands and wives were separated into dormitories and not allowed to meet, and many children were housed separately from their parents. Often they could also find themselves 'hired out' - sold- to work in factories or mines.
The education the children received did not include the two most important skills of all:  reading and writing, which were needed to get a good job. From the age of 12 years, were apprenticed for up to seven years to work in the local community as domestic servants and farm labourers etc. where their masters were liable for their welfare.

Donne al lavoro in una workhouse
The poor were made to wear a uniform. This meant that everyone looked the same and everyone outside knew they were poor and lived in the workhouse.
Upon entering the workhouse, the poor were stripped and bathed (under supervision).
Because life in the workhouse was supposed to be humiliating and shameful, many of the rules focused on emphasizing this. Rations were typically poor, tasteless and sometimes to the point of starvation. 
People had to face very harsh discipline and, in some workhouses, residents were expected to be silent,  talking only at work or on the way to jobs.

Workhouses closing
Historians are still debating when exactly the workhouse system came to an end. 
Some date its demise to 1930 when the Board of Guardians system was abolished and many workhouses were redesignated as Public Assistance Institutions. Others date it to 1948 and the introduction of the National Health Service, when many former workhouse buildings were turned into public hospitals, many of which still survive today.  



martedì 23 aprile 2013

ANALISI DE "I CARUSI" DI ONOFRIO TOMASELLI

Onofrio Tomaselli nasce il 3 agosto 1866 a Bagheria, in Sicilia, ed inizia la sua formazione presso lo studio del manierista palermitano Pietro Volpes. In seguito si trasferisce a Napoli dove viene influenzato dalla scuola pittorica napoletana dell’epoca che annoverava artisti come Dalbono, Altamura e Morelli.
"I Carusi", realizzato nel 1905 dopo una visita alle solfatare di proprietà del barone La Lumia, venne presentato all'Esposizione Internazionale di Milano del 1906.
Il titolo fa riferimento ad un termine siciliano che significa letteralmente "ragazzi": in Sicilia i figli, sia maschi che femmine, secondo l'età venivano detti in successione picciriddi (0-5 anni circa), carusi (6-18 anni circa), picciotti (19-30 anni circa). Il quadro fu ispirato dal terribile incidente della miniera di Gessolungo, avvenuto nel 1881 e va visto come un  tributo dell'artista ai 19 giovani che persero la vita nell'incendio di alcune gallerie sotterranee.



Nel quadro il pittore illumina i fanciulli che emergono dall'oscurità della miniera con un sole radente che fa pensare ad un tardo pomerigggio: la luce è chiara, l'atmosfera sembra calda in contrasto con il freddo e il buio delle viscere della terra. I bambini escono finalmente dalla miniera anche se, provati dal peso dei sacchi, sembrano profondamente stanchi, tanto che il loro passo risulta lento e strascicato.
Uno di loro, stremato, è raffigurato accasciato a terra, con gli occhi chiusi, quasi vinto dalla stanchezza. Anche gli occhi degli altri bambini sono rivolti verso il basso, la testa è china e tutto, nel loro corpo, sembra voler testimoniare la condizione di fatica e abbrutimento cui erano costretti in così giovane età.

giovedì 18 aprile 2013

RIPASSO SULL' EREDITARIETA' DEI CARATTERI

Le caratteristiche fisiche o psichiche di ogni organismo vivente sono determinate da due fattori:
  • il patrimonio genetico ricevuto in eredità dai genitori 
  • l’influenza ambientale.
La trasmissione dei caratteri ereditari fu a lungo studiata dal monaco cecoslovacco Gregor Mendel intorno alla fine del XIX secolo: con lui nacque la genetica, cioè la scienza dell'ereditarietà, sperimentata nell'orto del suo convento studiando le piante di pisello odoroso. Le scoperte e i risultati ottenuti da Mendel sull'ereditarietà dei piselli si sono poi dimostrati validi anche se applicati su altri organismi e il suo metodo di ricerca è tuttora impiegato nei moderni laboratori di biologia e genetica.
La conclusione principale a cui giunse Mendel è che il patrimonio genetico di ogni essere vivente, ossia il suo “genotipo”, è composto dalla successione di coppie di elementi, detti “geni”, che l’individuo riceve dai genitori al momento della fecondazione tramite le cellule seminali.
Ogni coppia di geni stabilisce funzioni e proprietà di un dato organo (ad esempio il colore degli occhi) mentre ogni gene della coppia è responsabile della manifestazione di un carattere specifico (ad esempio il colore azzurro degli occhi).
 L’insieme dei caratteri mostrati dall'individuo, ossia il suo “fenotipo”, è il risultato della “competizione” che si stabilisce in ogni coppia tra i due geni preposti alla medesima funzione. Quando una coppia contiene due geni identici l’individuo manifesta il carattere trasmesso da entrambi i geni. Se invece sono presenti geni contrapposti, l’individuo manifesta solo il carattere del cosiddetto “gene dominante”. L’azione del secondo gene, detto recessivo, risulta dunque mascherata.
Questo spiega perché un carattere recessivo si manifesta in genere con minor frequenza rispetto al corrispondente carattere dominante. D’altra parte, due genitori del fenotipo dominante possono generare figli che mostrano il carattere recessivo. Ad esempio incrociando due piante di pisello giallo si possono ottenere piante di pisello verde, un colore recessivo rispetto al primo. Questo accade quando entrambi i genitori possiedono un genotipo misto, avente cioè sia il gene dominante che quello recessivo. Al momento della fecondazione, ogni genitore trasmette al figlio un solo gene, in questo caso dominante o recessivo.
Ogni gene è trasmesso con uguale probabilità per cui se il figlio riceve dai entrambi i genitori il gene recessivo, cosa che accade con una probabilità di uno su quattro, mostrerà il carattere che nella generazione dei genitori risulta invisibile. Infine l’osservazione, sempre dovuta a Mendel, che i vari caratteri ereditari non sono in genere correlati tra loro, ad esempio il carattere della buccia liscia o rugosa si trasmette in modo indipendente dal colore di essa, completa il quadro scientifico sull'ereditarietà dei caratteri.

Influenza dell'ambiente
L'ambiente ha moltissima influenza sulla trasmissione dei caratteri: i geni che si ereditano determinano i caratteri che si avranno, ma l’ambiente può determinare se questi caratteri si manifesteranno oppure no.
Per esempio, si potrebbero avere i geni per una certa statura. Ma se la dieta alimentare sarà scarsa e povera, oppure l’individuo è soggetto a molte malattie nei primi anni di vita, potrebbe anche non crescere fino a alla statura prevista geneticamente.

lunedì 15 aprile 2013

COMMENTO ROSSO MALPELO

Bambini al lavoro oggi

Questa novella, pubblicata nel 1880 in Vita dei Campi, racconta la storia di Rosso Malpelo, un ragazzo che lavora in una cava e che è vittima di pregiudizi per via dei suoi capelli rossi. L'unico affezionato a lui è il padre, che muore nella miniera, lasciandolo solo con la madre e la sorella che, però, lo maltrattano. In seguito alla morte del suo unico amico Ranocchio, rendendosi conto di non contare più per nessuno, Malpelo accetta con rassegnazione di esplorare un cunicolo pericoloso nella cava. Imboccato il cunicolo sparisce nel nulla, lasciando negli animi dei lavoratori della miniera la paura che egli possa tornare da un momento all'altro come un fantasma.  

Analisi
Il pregiudizio di cui Malpelo è vittima è legato al colore dei suoi capelli: i capelli rossi erano simbolo popolare di cattiveria e furbizia. Anche la madre e la sorella sembrano non fidarsi di lui: la madre ha paura che il ragazzo sottragga soldi dallo stipendio mentre la sorella lo accoglie a casa picchiandolo. 
L'unico che gli abbia mai dimostrato affetto è il padre, Mastru Misciu, che però muore nella cava a causa di un crollo. 
Dopo la morte del padre Malpelo si sentirà più solo che mai e, non riuscendo a trovare pace per il proprio dolore, cercherà nell'esercizio della cattiveria - di cui tutti lo accusavano ingiustamente- l'unico sfogo per la propria rabbia. Malpelo troverà in Ranocchio, un giovane ancora più sfortunato di lui, e nel rapporto di odio-amore che nascerà fra loro, una specie di conforto dell'anima: Malpelo maltratta lo sfortunato ragazzino, lo picchia e sembra odiarlo per essere un debole in un mondo dove vige la legge del più forte; nello stesso tempo è evidente la tenerezza che Malpelo prova per lui, perché lo sente simile a se', perché riconosce la sua debolezza e la sua solitudine. 
Con le botte che gli propina, Malpelo vorrebbe insegnare a Ranocchio quella stessa durezza che lui ha dovuto imparare sulla sua pelle, ma anche Ranocchio muore: colpito dalla tisi e dalla sua infermità, lascia Malpelo di nuovo solo contro tutti. A questo punto il giovane si adatta a fare i lavori più duri e pericolosi, finché un giorno, durante l'esplorazione di un cunicolo, sparisce senza tornare mai più. 

Temi
I temi principali della novella sono lo sfruttamento minorile, la disumanizzazione, l'infanzia negata. 
Malpelo viene avviato precocemente al lavoro duro, non è mai stato un bambino, non ha potuto giocare e vivere la sua infanzia. Il periodo storico in cui è ambientato il racconto è quello dell'industrializzazione italiana, che vide il nord migliorare molto a livello economico e sociale mentre il sud rimanva arretrato e fortemente rurale. L'ambiente qui descritto è il "meridione di Verga", un mondo durissimo in cui sopravvivere, dove su tutto domina l'ignoranza e la violenza (di cui tutta la novella trasuda) e dove il progresso sembra impossibile.