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venerdì 5 aprile 2013

COMMENTO IN FRANCESE LA PETIT DANSEUSE DI DEGAS

Mieux connu par son œuvre de peintre, Degas est aussi un sculpteur prolifique : à sa mort, en 1917, il laisse dans son atelier 150 sculptures en cire ou en terre.
Si Degas peintre est souvent partagé entre la réalité et l’artifice de la scène, le sculpteur poursuit sa recherche du vrai avec des résultats parfois dérangeants.
Tel est le cas de la célèbre Petite danseuse de 14 ans que Degas présente au Salon des impressionnistes en 1881, après avoir suscité le mystère et l’attente autour de cette sculpture dont il n’a pas révélé le sujet. Les critiques, qui depuis quelques années ont reconnu la valeur de Degas et l’ont consacré « peintre des danseuses » lors du Salon de 1880, s’indignent en voyant une œuvre représentant, avec un réalisme scandaleux, un vulgaire « petit rat » (élève danseuse) de l’Opéra. 
La statue est vêtue d’un vrai tutu en tulle et porte de véritables chaussons de danse ; un ruban de satin noue de vrais cheveux et, pour accentuer le vérisme, son corps de cire est coloré. Degas choisit de présenter sa sculpture dans une vitrine pour affirmer son statut d’œuvre d’art, mais les critiques la considèrent comme un travail de taxidermiste.
Son modèle est Marie van Goethem, fille d’immigrés belges qui vit à Paris avec sa mère, veuve, et ses deux sœurs,  Antoinette et  Louise. Les trois filles sont envoyées à l’Opéra par leur mère, blanchisseuse qui vraisemblablement se prostitue pour subvenir aux besoins de la famille ; elles posent pour Degas, mais leurs chemins se séparent bientôt. Antoinette se prostitue et commet des vols à main armée avec sa mère. Marie entre à l’école de l’Opéra à l’âge de treize ans, en 1879, mais se fait renvoyer quatre ans plus tard pour avoir manqué onze cours ; à dix-sept ans elle a déjà mauvaise réputation, pose pour des peintres et se prostitue. Seule Louise poursuit sérieusement la carrière de danseuse ; elle connaît une certaine renommée dans les années 1890 et sera ensuite professeur de danse à l’Opéra. 


giovedì 4 aprile 2013

COMMENTO LA DANZATRICE STANCA

Eugenio Montale e Carla Fracci
Questa poesia venne scritta da Eugenio Montale per Carla Fracci, per la quale provò subito un forte sentimento di ammirazione, quando era critico musicale per il Corriere della Sera e frequentava la Scala di Milano per recensire opere e balletti. Famose a tal  riguardo sono alcune delle sue recensioni di danza raccolte nel  volume “Prime alla Scala”.
Montale, in quegli anni, era già un poeta affermato (la pubblicazione di Ossi di Seppia risale a ben 30 anni prima) e la frequentazione assidua della Scala gli permise di assistere ai progressi di Carla Fracci  prima come ballerina di fila e poi come protagonista della scena internazionale, stringendo con lei un legame di intensa amicizia e assidua frequentazione.

La Danzatrice Stanca è stata scritta nel 1969, quando la Fracci era incinta e lontana dalle scene per la maternità, e fu poi inserita nella raccolta "Diario del 71 e del 72".
La ballerina viene descritta dal poeta come  figura leggerissima, quasi eterea, che torna a ballare dopo essere diventata mamma (poi potrai rimettere le ali).  All'inizio la presenta quasi come un'ammalata (si parla della rifioritura d’una convalescente) che si sta ristabilendo, ma non è che Montale voglia denigrare la maternità.... anzi! Il poeta vuole sottolineare che la donna, appena sarà di nuovo in forma ( a te bastano i piedi sulla bilancia per misurare i pochi milligrammi che i già defunti turni stagionali non seppero sottrarti) e tornerà a ballare, non sarà più una creatura celeste (per aver dato alla luce un figlio) bensì terrestre, eppure sempre speciale perché tutti si accorgeranno che è tornata visto che, senza di lei, i balletti sembrano sfilate di morti (nivei dèfilès di morte)


La danzatrice stanca
Torna a fiorir la rosa
che pur dianzi languia…
dianzi? Vuol dire dapprima, poco fa.
e quando mai può dirsi per stagioni
che s’incastrano l’una nell’altra, amorfe?
ma si parla della rifioritura
d’una convalescente, di una guancia
meno pallente ove non sia muffito
l’aggettivo, del più vivido accendersi
dell’occhio, anzi del guardo.
è questo il solo fiore che rimane
con qualche merto d’un tuo dulcamara.
a te bastano i piedi sulla bilancia
per misurare i pochi milligrammi
che i già defunti turni stagionali
non seppero sottrarti. Poi potrai
rimettere le ali non più nubecola
celeste ma terrestre e non è detto
che il cielo se ne accorga.basta che uno
stupisca che il tuo fiore si rincarna
si meraviglia. non è di tutti i giorni
in questi nivei défilés di morte.


PARAFRASI 
Torna a fiorire la rosa
che prima sembrava un po' appassita.
Dianzi? vuol dire prima, poco fa.
Ma si può usare la parola "poco fa" per periodi tutti uguali,
amorfi, che si susseguono monotoni?
Io sto parlando del rifiorire
di una convalescente, di una guancia
un po' più colorita, un po' meno pallida, se posso usare una parola vecchia e che sa di muffa,
di un occhio più vispo e vivace,
anzi di uno sguardo più acceso.
E' questo il solo fiore che resta,
grazie a un tuo elisir d'amore 
(Dulcamara è una specie di stregone che compare nell'opera di Donizzetti "Elisir d'amore")
A te basta salire sulla bilancia
per renderti conto di essere tornata in forma,
sottile e leggera come quando danzavi
Poi potrai ricominciare a volare non più come una nuvola
del cielo, ma come una creatura terrestre e non è detto
che il cielo non se ne accorga. Basta che qualcuno
si stupisca del fatto che il tuo fiore sboccia di nuovo,
si riapre. Non è una cosa da poco in questo periodo
in cui i balletti sembrano sfilate di morte.