lunedì 6 ottobre 2014

RIASSUNTO SCUOLA SICILIANA

La scuola siciliana non va considerata un scuola nel senso tradizionale del termine, bensì un movimento poetico e culturale che fiorì alla corte di Federico II di Svevia nella prima metà del ‘200. 
Federico II di Svevia (nipote di Federico Barbarossa) venne incoronato re di Sicilia nel 1220. Fu un sovrano illuminato, amante della cultura, dell’arte e della scienza tanto da essere soprannominato “stupor mundi” cioè meraviglia del mondo. E’ per suo volere che attorno alla sua corte, in Sicilia, si riunirono i più grandi intellettuali dell’epoca non soltanto italiani, ma anche di provenienza araba e normanna. Non c’erano distinzioni di razza o di fede religiosa: tutti collaboravano attivamente alla creazione e allo sviluppo di una cultura che fosse quanto più possibile libera e soprattutto laica, in contrapposizione al predominio culturale che la Chiesa aveva in quel periodo nei territori dell’impero.
La corte di Federico era una corte itinerante, cioè non risiedeva stabilmente a Palermo, ma  si spostava in altre città sia del sud che del nord Italia. 

In Italia, la prima produzione di lirica amorosa in volgare nasce quindi da questo incontro di culture e lingue diverse. Federico stesso fu poeta, come anche i suoi figli e come altri funzionari di corte, ad esempio Giacomo da Lentini, considerato il caposcuola, Pier della Vigna, Guido delle Colonne, Percivalle Doria e molti altri.
Come dicevamo, i poeti della scuola siciliana erano tutti funzionari di corte: chi era impiegato nell’amministrazione, chi nella cancelleria, chi nell’organizzazione delle attività di corte. La poesia, quindi, non era considerata un lavoro vero e proprio, ma una libera espressione dello spirito, uno svago, un "di più".

I poeti della scuola siciliana trassero ispirazione per i loro componimenti dai trovatori provenzali, che, in fuga dopo l’annessione della Provenza alla Francia (in seguito alla crociata contro gli Albigesi, promossa da , Innocenzo III) trovarono rifugio presso Federico II, e ne rielaborarono la lingua, accostando al siciliano illustre forme provenzali, termini dialettali e neologismi.
Per quanto riguarda le tematiche, non ci sono componimenti incentrati su guerre e battaglie: Federico garantiva ai suoi sudditi pace e serenità e per questo i poeti si dedicarono soprattutto a cantare la donna e l’amore.
La donna viene rappresentata con caratteristiche tipiche: è bella, spesso inaccessibile, dotata di fine educazione e capace di nobile amore. Viene paragonata alla rosa profumata o ad una stella luminosa e l'amante con lei ha un rapporto di vassallaggio cavalleresco: egli non le rivela il suo amore, ma lo tiene per se' per poi cantarlo in poesia. 
La battaglia di Benevento del 1266 nella
quale trovò la morte Manfredi, figlio di Federico II

A livello stilistico e metrico prevale l’uso dell'endecasillabo e del settenario (che diverranno i versi per eccellenza della poesia lirica italiana) e proprio presso questa scuola nasce la forma del sonetto. Il sonetto costituisce, per i Siciliani, lo strumento più adeguato alla nuova poesia del ragionare d'amore, quella poesia che quasi si estranea dal reale, divenendo astratta, elevata e che, attraverso il sonetto, può essere considerata come vera e propria poesia intellettuale. La Scuola Siciliana fu importantissima a livello stilistico, metrico, formale e linguistico, ma lo fu anche per il ruolo che ebbe dal punto di vista storico. Infatti, mentre nel Nord la poesia d'amore era cantata ancora in lingua d'"oc", i Siciliani elaborarono un linguaggio poetico nuovo che venne poi preso a modello dai  poeti successivi. A questo proposito fu Dante il primo a riconoscere l'importanza della scuola siciliana, infatti  nel "De vulgari eloquentia " egli scrive: " vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri perché qualsiasi opera poetica compongano gli italiani si chiama siciliana e, perché constatiamo che moltissimi maestri siciliani hanno cantato aulicamente".
La Scuola Siciliana si dissolse dopo la morte di re Manfredi (1266), figlio di Federico, quando crollò il potere degli Svevi in Italia. 

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