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domenica 1 dicembre 2019

RIASSUNTO JACOPO PASSAVANTI


Frate domenicano, di famiglia nobile, studiò a Parigi e insegnò a Firenze e a Roma.
Famose sono le sue prediche, tenute durante la Quaresima del 1354, che vennero raccolte nello "Specchio di vera penitenza"--> sono 48 exempla (storielle morali, ricche di esempi) che offrono un modello di comportamento morale.

Temi
Il male, il peccato originale, la paura del peccato e delle insidie del demonio.
Atmosfera cupa e tetra ---> tutto questo perché gli exempla dovevano servire da insegnamento ad un pubblico popolare, su cui la paura faceva facilmente leva.
Sul finale dell'opera i temi si aprono alla speranza e alla salvezza per l'uomo, in riferimento a Maria e alla sua Misericordia.

Importante perchè
  • Scrisse in volgare toscano
  • La sua opera mostra oggi quale fosse lo spirito religioso dell'epoca.



martedì 3 febbraio 2015

ANALISI POESIA NOTTE DI NEVE PASCOLI

Analisi, commento e figure retoriche della poesia "Notte di neve" di Giovanni Pascoli


Pace! grida la campana,
ma lontana, fioca. Là


un marmoreo cimitero
sorge, su cui l'ombra tace:
e ne sfuma al cielo nero
un chiarore ampio e fugace.
Pace! Pace! Pace! Pace!
nella bianca oscurità.

Parafrasi
Il suono della campana, mentre in lontananza nevica, sembra gridare pace! Laggiù, dove si trova un cimitero freddo, immerso nel silenzio, il cui chiarore emana una luce che si contrappone all'oscurità del cielo.
Pace, pace, pace, pace sembrano dire i rintocchi (della campana) nella notte imbiancata dalla neve.

Analisi metrica
Sono 8 versi ottonari, organizzati in un distico (i primi due versi) e una sestina (la strofa più lunga)
Rima interna= v.1 : campana, lontana
Anastrofe = v. 1 grida la campana (l'anastrofe è un'inversione nell'ordine normale sogg/verbo)
Enjambements= v.2 : Là/un marmoreo cimitero - v.3 : un marmoreo cimitero/sorge -v.4 : al cielo nero/un chiarore ampio
Anafora=v. 7 Pace!Pace!Pace!Pace!
Ossimoro = v. 8 bianca oscurità
Sinestesia = v. 4 l'ombra tace
Caspar David Friedrich, Cimitero dell'abbazia sotto la neve
Personificazioni= v. 1 la campana che grida - v. 4 l'ombra che tace
Chiasmo= Grida la campana (v.1) / l'ombra tace (v.4)

Commento
In questa lirica ritroviamo alcuni dei temi più cari al Pascoli: il paesaggio naturale, la morte, la ricerca della pace interiore. La ripetizione della parola "pace" accompagnata dal punto esclamativo richiama quel "grido" di cui si parla al v.1: il bisogno di pace, di tranquillità, di serenità è avvertito con urgenza dal poeta, è appunto quasi un urlo che egli sente dentro di sé, come un'ansia di liberazione.
La morte qui, come in altre liriche del Pascoli, è vista come il mezzo necessario perché questa pace finalmente giunga: solo la morte potrà liberare il poeta dai tormenti e dalla sofferenza.
Altro tema tipico sono gli agenti atmosferici che, come altrove la pioggia o la nebbia, esprimono il malessere interno del poeta. In questo caso è la neve a contribuire all'inquietudine interiore: a dispetto del suo candore, la neve accentua il contrasto con la notte, l'oscurità (cioè la morte) tanto invocata da Pascoli.
La morte è evocata, oltre che dai termini riferiti alla notte, anche dal campo semantico riguardante il silenzio e la pace (l'ombra tace, il cimitero, la bianca oscurità) che accompagneranno il poeta nel riposo eterno tanto desiderato.





mercoledì 21 gennaio 2015

PETRARCA VITA RIASSUNTO

Petrarca nasce ad Arezzo, nel 1304, dove la sua famiglia era esiliata dopo che i Guelfi Neri avevano preso il potere a Firenze. Nel 1312 si trasferisce a Carpentras, vicino ad Avignone, città in cui aveva sede in quel momento la curia papale.
Inizia a studiare giurisprudenza, prima a Montpellier e poi a Bologna,  ma non completa gli studi e torna in Francia dove conduce una vita frivola e dissipata, dedicandosi però allo studio dei classici e alla carriera letteraria.
Nel 1327, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, incontra Laura de Noves, nobildonna italiana sposata al marchese Ugo de Sade, e se ne innamora perdutamente.
Nel 1330 prende gli ordini minori al fine di garantirsi una rendita economica e viaggia a lungo in Europa, alternando questi viaggi a ritiri meditativi soprattutto nella cittadina di Valchiusa (in Francia) dove svolse la maggior parte del suo lavoro letterario, lontano dalla vita sociale e dalle distrazioni mondane.
Nel 1341 viene incoronato poeta laureato in Campidoglio, a Roma.
Nello stesso anno l'entrata in convento del fratello Gherardo diventa per lui motivo di grande turbamento interiore: Petrarca era diviso fra il forte desiderio di mondanità e un'ansia di purificazione, di liberazione da questo desiderio--->avrebbe voluto anch'egli avere la forza di scegliere una vita completamente ritirata, come Gherardo.
Petrarca si dedicò moltissimo allo studio dei classici, alla sua carriera letteraria, all'attività di filologo, ma fu in parte anche attivo politicamente: da alcune lettere e da alcune poesie sappiamo che era contrario alle lotte civili delle città italiane e avrebbe voluto che il Papa riportasse la sua sede a Roma.
Nel 1347 lascia definitivamente Avignone e torna in Italia, dove viaggia a lungo, recandosi come ospite illustre presso le più note corti italiane.
Il 1348 è un anno molto importante per Petrarca: in tutta Europa si diffonde una terribile epidemia di peste e muoiono diverse persone a lui care, fra cui Laura.
Dopo aver a lungo peregrinato per l'Italia, Petrarca si stabilisce definitivamente ad Arquà, vicino a Padova dove continua a lavorare al Canzoniere e ai suoi studi classici.
Muore qui, nel luglio del 1374.




Date importanti
1304=nasce ad Arezzo
1312=trasferimento Avignone
1327=incontra Laura
1330=prende gli ordini minori
1341=poeta laureato
1341=Gherardo entra in convento
1347=lascia la Francia
1348=muore Laura
1374=muore ad Arquà

venerdì 7 febbraio 2014

SCHEMA LEOPARDI POETICA

SCHEMA LEOPARDI
SCHEMA LEOPARDI
Formazione culturale e ambiente familiare
  • Di famiglia nobile e reazionaria (legata alla Chiesa e privilegi ecclesiastici)  nasce/cresce a Recanati (ambiente chiuso ai contatti culturali )
  • Studia appartato nella biblioteca del  padre
  • Formazione classica basata sullo studio dei classici greci e latini
Pensiero politico e religioso
·         Aderisce alle istanze romantico-risorgimentali  (----> odi civili All’Italia e Sopra il monumento di Dante)
·         Patriottismo democratico e repubblicano
·         In seguito delusione storica (restaurazione), pessimismo storico, pessimismo cosmico
Classicismo
Il classicismo di Leopardi si ritrova nella sua
  • Formazione culturale
  • Linguaggio aulico e ricercato
  • Nell’utilizzo di arcaismi e latinismi
  • Nella sintassi elaborata
  • Nella prosa che spesso è costruita alla “latina” (verbo in fondo al periodo, aggettivi anteposti al nome cui si riferiscono)
  • Nella nostalgia dell’armonia del mondo classico
Rapporto con l’Illuminismo e col Romanticismo
ILLUMINISTA
Per il sensismo (la sua contemplazione parte dalla natura, la coglie attraverso occhi e vista (i sensi) e poi la interiorizza in chiave soggettiva)

Dell’Illuminismo rifiutaà
L’eccesso di razionalità (che distrugge le illusioni)

ROMANTICO
Per il soggettivismo
Per il concetto del Genio artistico
Per il rapporto conflittuale uomo-natura
Per il pessimismo storico (che poi in lui diventa “pessimismo cosmico)
Per l’uso dei vocaboli che rimandano all’infinito e all’indeterminato

Del romanticismo rifiuta-à
L’esotismo

Temi della sua opera
  • La storia e i fatti contemporanei (Odi Civili)
  • La Natura (madre e matrigna)
  • Sé stesso (la propria infelicità, l’amore per Silvia, l’ansia di infinito, il rapporto conflittuale con Recanati)

Pubblico


Colto, elitario
Scopo della sua poesia/prosa
Dilettare facendo poesia
Rapporto con la natura
Nelle Operette Morali
  • Natura personificata
  • Sublime (perché stupisce l’uomo e lo fa sentire fragile)

Negli Idilli
  • Natura recanatese che “racconta” la vita quotidiana, il lavoro e  le fatiche del mondo contadino



sabato 18 gennaio 2014

SCHEMA VITA E PENSIERO MANZONI

SCHEMA MANZONI
SCHEMA MANZONI
Formazione culturale e ambiente familiare
  • Di famiglia nobile e illuminista nasce/cresce a Milano (ambiente ricco di stimoli e contatti culturali)
  • Formazione classica
  • Ha modo di assistere alla Rivoluzione Francese a Parigi
Pensiero politico e religioso
In adolescenza è giacobino e anticlericale.
Poi aderisce ad un pensiero politico più moderato-à
  • simpatizza per gli ideali della Rivoluzione Francese, ma non per i metodi troppo radicali
  • Vorrebbe l’indipendenza e l’unità d’Italia
  • Vorrebbe Roma capitale
  • E’ favorevole al liberismo economico
  • E’ profondamente cattolico
Rapporto con l’Illuminismo e col Romanticismo
ILLUMINISTA
Per i valori umani di solidarietà e tolleranza (reinterpretati in chiave cristiana)
Per la condanna dei pregiudizi
Per la condanna del potere temporale della Chiesa
ROMANTICO
Per l’adesione agli ideali risorgimentali
Per l’interesse nei confronti della storia
Amore per il quotidiano
Linguaggio vivo, moderno, non aulico
Per il fine educativo dell’arte
Del romanticismo rifiuta-à
Il titanismo, il sublime, il vittimismo,  l’esotismo (realismo del paesaggio nei Promessi Sposi)
Tema fondamentale dell’opera manzoniana
Il sentimento religioso, il cristianesimo che è alla base delle odi, degli Inni Sacri, delle tragedie e dei Promessi Sposi
Pubblico
Borghese
Caratteristiche del romanzo manzoniano
Personaggi popolari
Prosa antiaulica e antiretorica
 Profondità dei contenuti
 Complessità dei problemi proposti
 Analisi storica
Analisi psicologica
 Valutazione morale
 Spirito religioso
 Responsabilità morale individuale
Scopo della sua poesia/prosa
Istruire, educare, aiutare una formazione cristiana nel lettore
Rapporto con la natura
Nei Promessi Sposi le descrizioni sono realistiche=sono luoghi che Manzoni conosceva bene

giovedì 19 settembre 2013

ANALISI POESIA L'AQUILONE DI PASCOLI

Quando era un giovane studente, Giovanni Pascoli passò un periodo come convittore (significa che vi mangiava e vi dormiva) all'interno del collegio degli Scolopi a Urbino (dal 1862 al 1871). 
Il collegio degli Scolopi ad Urbino
A quell'età felice e spensierata è dedicata la lirica "L'Aquilone" inserita nella raccolta "Primi Poemetti" e datata 1897. 
In essa il poeta ricorda i giorni di vacanza trascorsi insieme ai compagni, passeggiando e lanciando aquiloni nel cielo. Quel tempo passato, vista l'amara esperienza della sua vita, gli sembra ancora più bello e spensierato di quanto probabilmente fu. Egli dice di ricordare tutti i suoi compagni e, in special modo, un suo caro amichetto morto prematuramente. Quella morte, che allora lo fece piangere di dolore, adesso gli sembra quasi una fortuna: il suo giovane amico, infatti, ebbe vicino la sua mamma in quel momento e, in più, non fu costretto alle disillusioni che la vita inevitabilmente porta. 
Egli non subì sconfitte e delusioni e non vide cadere davanti ai suoi occhi sogni e speranze, ma solo le bianche ali di un aquilone. 

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch'erbose hanno le soglie:

un'aria d'altro luogo e d'altro mese
e d'altra vita: un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...

sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d'albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c'era
d'autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.

S'inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo
petto del bimbo e l'avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?

Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all'improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l'omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l'orazïoni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento.
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto...

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a onda

tua madre... adagio, per non farti male.

Analisi e commento

Nella prima terzina il poeta ci informa che sta vivendo altrove (in quel periodo si trovava a Messina) e che è inverno, ma a lui sembra di sentire un'altra aria, un'aria di primavera. Il ricordo è in grado di trasportarlo lontano, nel tempo e nello spazio: è come un sogno che, pian piano, dal profumo di viole passa alle chiese di campagna e poi si rivolge al cielo, dove volteggiano "bianche ali sospese" : gli aquiloni! 
Il passaggio a quell'età lontana si è compiuto del tutto: adesso il poeta è tornato ragazzo, sta uscendo dal collegio insieme ai suoi compagni in un giorno di festa. Dopo qualche nota paesaggistica (siepi, bacche, Urbino ventosa) il cielo diventa protagonista e, insieme ad esso, gli aquiloni che sembrano fiori fuggiti da terra e rispuntati nell'aria. Gli aquiloni volano, seguiti dagli occhi e dagli strilli gioiosi dei ragazzi. Ad un tratto però un colpo di vento più forte ne fa cadere uno a terra e l'urlo di delusione che lo accompagna segna il passaggio ad un altra parte della lirica: la parte più commovente, quella dedicata all'amico scomparso. Pascoli ricorda le preghiere dette insieme a lui (il collegio era gestito da religiosi) e le preghiere che lui solo recitò in memoria dell'amico. 
Ricorda il dolore e le lacrime che pianse e l'infinita tenerezza della madre che lo pettinò amorevolmente dopo che era già spirato, con leggerezza,  "adagio per non farti male".
Poi Pascoli esprime il suo pessimismo sulla vita e sulle esperienze che questa porta con se' "felice te che al vento non vedesti cader che gli aquiloni" : l'amichetto, quindi, è stato fortunato perché non ha conosciuto la vera realtà della vita che è ben più dolorosa di un aquilone scivolato a terra.