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mercoledì 23 settembre 2015

ILIADE BREVE RIASSUNTO

L’Iliade inizia durante i nono anno della guerra di Troia.
Gli Achei (i Greci) hanno saccheggiato una città vicina portando via molti tesori e diverse schiave. Fra queste c’è Criseide, figlia di Criso, sacerdote di Apollo, che ne chiede la restituzione ad Agamennone. Questi rifiuta e Apollo si vendica mandando una pestilenza sull’accampamento. Agamennone si convince allora a restituire Criseide, ma pretende per sé Briseide, schiava di Achille. Scoppia una lite furibonda fra i due e Achille, ritenendo di aver subito un grave affronto, lascia l’accampamento. Nel frattempo viene stabilito di sospendere le ostilità e di lasciare che le sorti della guerra  vengano decise da un duello fra Paride (troiano) e Menelao (greco). Nello scontro è Menelao ad avere la meglio, i Greci vorrebbero che fosse proclamato vincitore, ma un troiano gli scaglia contro una freccia, interrompendo di fatto la tregua e riaccendendo una violentissima battaglia fra i due schieramenti.

Senza il valoroso Achille al loro fianco, i Greci subiscono gravi perdite e si decide di mandare una delegazione a chiedere il ritorno dell’eroe.
Achille non vuole tornare, ma acconsente che il suo carissimo amico Patroclo indossi  in battaglia le sue armi e la sua uniforme. Patroclo fa strage di troiani, ma viene ucciso da Ettore che lo scambia per Achille. Questi, venuto a sapere dell’accaduto, decide di vendicare l’amico e torna all’accampamento acheo. Qui viene accolto dalle scuse di Agamennone che invia alla sua tenda ricchi doni e la schiava Briseide. Achille scende in battaglia, uccidendo moltissimi troiani.
A questo punto Ettore decide di scontrarsi in duello con lui, ma ha la peggio e viene ucciso. Achille strazia il suo corpo, trascinandolo nudo sotto le mura della città. Dopo la sua vendetta, Achille può finalmente seppellire l’amico Patroclo.
Priamo, re di Troia e padre di Ettore, si reca all'accampamento per chiedere il corpo del figlio e Achille, commosso dal dolore dell’uomo, acconsente.
Priamo fa ritorno a Troia col corpo di Ettore, a cui verranno tributati grandi onori e funerali solenni. 

mercoledì 16 settembre 2015

SCHEMA ILIADE

ILIADE significa poema di ILIO
ILIADE significa poema di ILIO
DOVE
La città di Troia in Asia Minore (oggi Turchia)
La pianura che si stende dalle mura della città al mare
L’accampamento dei greci sulla riva del mare
QUANDO
L’Iliade narra solo un breve periodo della guerra di Troia che durò 10 anni.
La narrazione occupa infatti un periodo di soli 50 giorni alla fine del nono anno di combattimento
TEMA PRINCIPALE

L’ira di Achille (ne parla il proemio) – il più forte guerriero greco – causata da un litigio con Agamennone – comandante in capo dei Greci
GRECI
Sono chiamati anche ARGIVI, ACHEI, DANAI

TROIANI
Sono chiamati anche FRIGI, TEUCRI, DARDANI

NARRAZIONE
La narrazione procede in ordine cronologico lineare, quindi fabula e intreccio coincidono

NARRATORE
E’ esterno all’azione, ma interviene spesso nella narrazione: esorta gli eroi, li ammonisce, etc.

mercoledì 8 ottobre 2014

PARAFRASI ULISSE E CALIPSO VV. 149-224

Lei, la ninfa potente, va in cerca del grande Odisseo dopo aver sentito il messaggio di Zeus.
Lo trova seduto sulla spiaggia: non aveva mai gli occhi asciutti di lacrime, ma consumava la sua vita sospirando il ritorno a casa perché non gli piaceva più la ninfa. 
Certo la notte, pur non volendolo, le dormiva vicino nella profonda grotta perché lei lo voleva, ma di giorno, seduto fra le rocce e la riva, si straziava il cuore piangendo e gemendo, e guardava lo sterile mare, lasciando scorrere le lacrime. 
Mettendosi al suo fianco la dea luminosa gli dice di non piangere più e di non rovinarsi la vita, che lei lo lascerà partire. Gli dice di tagliare dei tronchi con l'ascia di bronzo e di costruirsi una grande zattera con dei fianchi sui bordi in modo da poter navigare nel mare cupo. Dice che gli darà cibo, acqua e vino rosso affinché non abbia a sentire la fame; lo vestirà di abiti e solleverà per lui il vento affinché possa arrivare incolume nella sua isola, sempre che gli dei vogliano, gli dei che abitano il cielo e che hanno più potere di lei nel volere le cose.
Dopo aver detto questo, Odisseo ha un brivido e le si rivolge dicendole parole leggere, affermando che non è questo che lei vuole veramente, quando lo esorta a partire per mare, che è così pericoloso, con una zattera: neanche navi ben costruite e veloci, che per di più godono del vento favorevole che spira da Zeus, possono attraversare quel mare. Dice anche che lui non salirà su quella zattera contro la volontà della dea, a meno che lei non faccia un giuramento solenne di non compiere altre azioni malvagie a suo danno.
Così dice Odisseo e Calispo sorride, dea luminosa, e lo accarezza con la mano dicendogli che è proprio un furfante e che non è per niente stupido visto che le ha fatto un discorso simile. Quindi si impegna nel giuramento e chiama a testimoni la terra e il grande cielo e il fiume Stige che lei non sta pensando ad altre azioni cattive a danno di Odisseo. Piuttosto, dice che penserà e desidererà per lui ciò che anche lei vorrebbe se si trovasse nelle sue condizioni, perché anche lei ha pensieri corretti e non ha un animo così duro, ma sentimenti di pietà.

Dopo aver detto questo, la dea luminosa, lo guida nella grotta. Lì Odisseo si siede dove poco prima si era alzato Hermes, Calipso gli offre ogni tipo di cibo e bevande. Anche lei si siede di fronte e a lui e le ancelle portano ambrosia e nettare. I due mangiano e quando si sentono sazi Calipso inizia a parlare, dicendo a Odisseo, figlio di Laerte e uomo molto astuto, che lui vuole partire subito per tornare a casa, in patria, e per questo è giusto che lui si rallegri. Ma Odisseo non sa quante pene e quanti pericoli dovrà attraversare prima di arrivare a casa, mentre se restasse con lei diventerebbe immortale, anche se gli rimarrebbe il desiderio di rivedere la moglie, cosa che gli capita ogni giorno. Continua dicendo di non sentirsi inferiore alla moglie di Odisseo, perché comunque le dee non possono gareggiare con le donne mortali riguardo alla bellezza e all'aspetto fisico.
Allora le risponde il furbo Odisseo di non arrabbiarsi per questo: lui lo sa bene che Penelope è meno bella di lei, anche perché Penelope è una mortale mentre lei è immortale e non ha addosso i segni della vecchiaia. Eppure, anche così, lui la desidera e vuole tornare a casa e che venga finalmente il giorno del ritorno. Anche se un dio lo facesse naufragare nel mare scuro e pericoloso, lui saprà sopportare, perché ha un animo paziente e già altre volte ha sopportato tante altre sventure sia in guerra che per mare e saprà sopportare anche questa.



mercoledì 26 febbraio 2014

PARAFRASI IL LAMENTO DI ANDROMACA

Dopo che ebbero portato Ettore nella splendida reggia, posarono il suo corpo sul letto traforato e fecero entrare i cantori, coloro che danno inizio al lamento funebre e che cominciarono la triste nenia a cui le donne rispondevano gemendo.
Andromaca
Fra loro, Andromaca, dalle bianche braccia, inizia il lamento stringendo fra le mani la testa di Ettore, sterminatore di nemici. Ella dice che suo marito è morto giovane, lasciandola vedova e con un bambino ancora piccolo che non crede potrà diventare un ragazzo; prima di allora, infatti, la città di Troia sarà distrutta, proprio perché Ettore è morto, lui che ne era il vigile custode e che proteggeva e difendeva le donne e i bambini, che adesso verranno portati in Grecia come schiavi; continua dicendo che anche il figlio (Astianatte) sarà fatto schiavo e dovrà lavorare come tale servendo magari un padrone crudele oppure forse verrà buttato giù da una torre da un Acheo, facendo una morte terribile, perché Ettore potrebbe avergli ucciso un fratello o il padre oppure un figlio, visto che molti Achei sono stati uccisi da Ettore. Sempre rivolgendosi al figlio dice che il padre non era certo tenero in battaglia e anche per questo la città intera lo piange, compresi i genitori che soffrono di questa terribile perdita. Andromaca dice poi che per lei, soprattutto, il dolore resterà fortissimo, perché Ettore, mentre moriva, non ha potuto tenderle le braccia e non le ha potuto dire qualche parole che potesse restare con lei per sempre, un ricordo da far rivivere di notte e di giorno piangendo.
Andromaca piange la morte di Ettore - Gavin Hamilton
Andromaca piange dicendo queste parole e le donne gemono in risposta.
Ecuba
Tra queste, inizia il suo lamento Ecuba dicendo che Ettore era, tra tutti i suoi figli, quello che le era più caro, così come era caro anche agli dei, che infatti ne hanno preservato il corpo intatto per molti giorni dopo la morte. Dice che Achille le aveva già portato via altri figli, vendendoli come schiavi al di là del mare, nelle isole di Samo, Imbro e Lemno; a Ettore, invece, lo ha ucciso con la lancia affilata, trascinando il suo corpo più volte intorno alla tomba del suo amico Patroclo, anche se facendo questo non gli ha certo restituito la vita. E adesso Ettore giace lì, in quella stanza, fresco come lo è la rugiada, come se fosse appena morto, come se la morte fosse stata improvvisa e indolore, non violenta come invece è stata.
Ecuba, piangendo, pronuncia queste parole che suscitano grandissima commozione.
Elena
La terza ad iniziare il lamento è Elena che dice che fra tutti i cognati, lui era quello più caro al suo cuore, lei che è la sposa di Paride, simile a un dio, che l'ha portata a Troia e adesso preferirebbe essere morta. Dice che sono già passati vent'anni da quando ha abbandonato la sua patria, e che mai, in questo tempo, ha sentito da Ettore una parola crudele o poco gentile; anzi, se qualcuno fra le cognate, i cognati o le loro mogli, o la suocera - il suocero no, perché con lei è sempre stato buono come un padre- la rimproverava, Ettore cercava sempre di calmarli con le sue parole gentili e delicate. Per questo ora Elena piange con dolore questa perdita: adesso non c'è più nessuno, nella città di Troia, che potrà essere per lei un amico così buono, visto che tutti la odiano.
Elena dice queste cose piangendo e una grande folla piange insieme a lei.


giovedì 30 gennaio 2014

RIASSUNTO IL CANTARE DEL CID

Il cantare del mio Cid è uno dei poemi epici più importanti della letteratura spagnola. L'opera, di cui non si conosce l'autore, è divisa in 3 parti e risale al XII secolo (1140 circa).
Cid, protagonista del poema, è un personaggio realmente esistito il cui nome era Rodrigo Diaz de Bivar e che visse alla corte del re di Castiglia. Dopo essere stato accusato di essersi impossessato di alcuni beni appartenenti alla corona, abbandonò la patria penetrando nelle terre occupate dagli Arabi, riportando su di essi numerose vittorie. Riuscì addirittura ad espugnare la città di Valencia, dove morì nel 1099. Il soprannome "Cid" in arabo significa "signore" e gli venne attribuito proprio dai Mori, popolazione presso cui Rodrigo Diaz suscitò grande ammirazione per le doti umane e militari.
Il Cid è considerato l'eroe nazionale, il simbolo della Riconquista, cioè della lunga guerra per la liberazione delle terre occupate dagli Arabi--->arrivati in Spagna nel 711 d.C ne vengono definitivamente cacciati solo nel 1492.

Trama
Il Cid, accusato di essersi impadronito di alcuni tributi riscossi per conto del Re Alfonso di Castiglia, viene condannato all'esilio. Prima di partire l'uomo affida la moglie Jimena e le figlie Elvira e Sol alle cure dei monaci, dopodiché lascia la Castiglia con i suoi uomini più fidati. Inoltrandosi in territorio arabo compirà numerose ed eroiche imprese. Dopo ogni vittoria sui Mori, è sua abitudine mandare al re, cui è rimasto fedele nel cuore nonostante l'ingiusta accusa, ricchissimi doni. Il re, dal canto suo, non lo perdona, ma concede a coloro che lo desiderano di unirsi al Cid nella lotta contro gli Arabi. L'eroe si spinge fino alla città di Valencia che conquista dopo 9 mesi di assedio. Dopo questa importante vittoria, chiede al re che moglie e figlie possano raggiungerlo e così avviene. Il re propone al Cid due sposi per le sue figliole: gli infanti di Carriòn, don Diego e Don Fernando Gonzales. Il Cid non ha molta simpatia per questi due giovani che intuisce essere piuttosto avidi e disonesti, ma non si oppone al matrimonio soprattutto per compiacere il re. Le nozze vengono celebrate a Valencia con grandi festeggiamenti. Ben presto, però, i due giovani si riveleranno per quello che sono: due pavidi che, per il loro comportamento vigliacco, si faranno deridere da tutta la corte. A questo punto i due, furibondi, vogliono vendicarsi e comunicano di voler tornare a Carriòn con le loro mogli. In realtà, durante il viaggio, picchiano a sangue le due ragazze e le abbandonano più morte che vive dentro un bosco. Elvira e Sol vengono salvate e riportate dal padre. A questo punto il Cid chiede al re che gli venga restituita la dote di matrimonio: ne nasce un duello fra gli infanti e i sostenitori del Cid, ma i due vengono sconfitti e quindi dichiarati traditori.
Intanto il principe di Aragona e quello di Navarra chiedono la mano di Elvira e Sol; il padre acconsente e anche il re ne è felice. Il poema si chiude bruscamente con la notizia della morte del Cid.

sabato 11 gennaio 2014

PARAFRASI ACHILLE E PRIAMO

Priamo entra senza essere visto e si avvicina ad Achille, gli prende le ginocchia fra le mani e poi gli bacia le mani: quelle terribili mani che gli avevano ucciso tanti figli. Così come quando una grave colpa ha travolto un uomo, che, ucciso in patria qualcuno, fugge in altro paese, in casa d’un ricco signore e al suo apparire suscita stupore nei presenti, così meravigliato Achille guardava Priamo simile a un dio. Anche gli altri erano stupiti e si guardavano in faccia.

Priamo si rivolge ad Achille pregandolo di pensare a suo padre, che ha gli stessi suoi anni ed è anche lui sulla soglia della vecchiaia, e che forse anche lui ha delle persone attorno che lo tormentano e non ha nessuno vicino che possa allontanare da lui il danno e il male. Però lui, almeno, ha la gioia di sapere che suo figlio Achille è vivo e può sperare di vederlo ritornare da Troia. Priamo dice invece che lui è infelice perché ha generato figli valorosi, ma nessuno di loro è rimasto in vita. Ne aveva 50 quando gli Achei arrivarono ad assediare la città, 19 erano figli della stessa moglie, gli altri erano figli delle altre sue donne della reggia. Ma molti di loro sono morti e quello che poteva difendere la città anche da solo era stato ucciso da Achille. Priamo dice di essere andato lì, fra le navi degli Achei, per suo figlio Ettore, per riscattare il suo corpo con molti oggetti preziosi che ha portato con se'. Chiede ad Achille di rispettare gli dei e di avere compassione di lui, pensando a suo padre e al fatto che Priamo è molto più infelice di lui. Oltretutto Priamo ha fatto qualcosa che nessun altro uomo ha mai fatto, cioè baciare la mano di colui che gli uccise il figlio.
Parlando così, fece salire il pianto agli occhi di Achille che pensava a suo padre e che prese la mano del vecchio scostandolo dolcemente. Entrambi erano presi dai loro ricordi: Priamo pensava ad Ettore sterminatore di guerrieri e piangeva a dirotto rannicchiato ai piedi di Achille che a sua volta piangeva un po' per suo padre e un po' per Patroclo. Il loro lamento si levava alto nella stanza.
Ma quando il divino Achille si fu consolato grazie a quel pianto, gliene passò la voglia e si alzò in piedi sollevando il vecchio e provando compassione per quel capo canuto e quel mento bianco.
Allora si rivolse al vecchio dicendogli che era vero, che aveva dovuto soffrire molto e che serviva proprio un cuore di ferro per osare andare al cospetto dell'uomo che gli aveva ucciso tanti figli. Poi lo invita ad accomodarsi e a smettere di piangere, poiché il pianto non offre conforto, ma fa solo venire freddo. 
Achille dice che sono gli dei ad aver stabilito che gli uomini vivano in mezzo alla tristezza, mentre loro sono senza preoccupazioni. Dice che nella sala di Zeus ci sono i due vasi dei doni che egli dà ai mortali: uno è pieno di mali, l’altro di beni. E la persona a cui Zeus fulminatore li offre mescolati, ora incontra sventura, ora felicità. Ma se a uno porge solo guai, lo rende un miserabile: e una fame malvagia lo fa andare nel mondo,  disprezzato dagli uomini e dagli dei. Continua dicendo che anche a Peleo gli dèi offrirono splendidi doni, fin dalla nascita: ed egli si distingueva tra tutti gli uomini per agi e ricchezze, era re dei Mirmidoni. E poi gli avevano dato in moglie una dea, anche se lui era mortale. Però anche a lui fu data una sventura: non gli nacque, là nel palazzo, una discendenza di sovrani, ma generò un figlio solo, destinato a precocissima morte. E ora che è vecchio, lui non se ne prende cura, ma è costretto a stare lontano dalla patria, a rattristare Priamo e i suoi figli. Achille continua dicendo che anche Priamo un giorno è stato felice e famoso in tutte le terre che sono comprese tra Lesbo, la Frigia e l' Ellesponto; famoso per le sue ricchezze e i numerosi figli. 
Ma dopo che gli dèi lo hanno colpito con il problema della guerra di Troia, continuamente intorno alla sua città ci sono state battaglie e carneficine. Achille invita il vecchio a rassegnarsi e a non angosciarsi all'infinito, poiché non ci guadagnerà nulla ad affliggersi per il figlio morto: Ettore non potrà resuscitare comunque e magari potrebbe succedere qualcosa di ben più grave.

Allora Priamo, rifiutandosi di sedere sul seggio offertogli da Achille, chiede al giovane di lasciargli prendere il corpo e di accettare i molti doni del riscatto;  gli augura di poterseli godere e di tornare presto in patria. Ma Achille lo guarda scuro in volto e dice di non irritarlo, che era già sua intenzione rendere Ettore a suo padre. Dice che è stata addirittura sua madre (Teti), venuta da parte di Zeus, a chiedergli questa cosa. E aggiunge che solo un dio avrebbe potuto aiutare un vecchio a recarsi fin lì alle navi degli Achei, perché anche ad un giovane sarebbe mancato il coraggio e la forza di penetrare nel campo: nessuno avrebbe potuto farlo senza essere visto dalle guardie. Conclude dicendo di non farlo arrabbiare, che lui ha già i suoi guai e che in fondo potrebbe anche uccidere Priamo, trasgredendo agli ordini di Zeus. A queste parole il vecchio Priamo tremava di paura e obbediva al comando.

Achille intanto, esce dalla stanza con un balzo felino. Non è solo: con lui si muovono anche due scudieri: l’eroe Automedonte e Alcimo, che Achille onorava più di tutti gli altri compagni, dopo la morte di Patroclo. Essi allora staccavano di sotto il giogo i cavalli e i muli: conducevano dentro l’araldo banditore del vecchio, e lo fanno sedere su di uno scranno. Poi tiravano giù dal lucido carro i molti doni, destinati al riscatto della salma di Ettore. Vi lasciarono sopra due manti leggeri di lino e una tunica di fine tessuto: Achille voleva coprire il cadavere, e consegnarlo così da poter essere portato a casa. Poi chiamava fuori le ancelle e ordinava loro di lavar il corpo e di ungerlo tutto, ma di farlo in un posto appartato poiché non voleva che Priamo vedesse suo figlio così. Achille teme che il vecchio, tanto addolorato, non avrebbe saputo dominare la sua rabbia alla vista del figlio morto e magari Achille avrebbe potuto infuriarsi e ucciderlo, violando gli ordini di Zeus. Dopo che le ancelle lo ebbero lavato e unto di olio, gli misero addosso il bel manto e la tunica e Achille lo sollevava con le proprie mani e lo deponeva sul letto di morte. E insieme con lui, i compagni lo portarono così sopra il lucido carro.

martedì 17 settembre 2013

VERIFICA SULL'ODISSEA

RIPASSO ODISSEA

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