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sabato 9 dicembre 2017

PARAFRASI LETTERA AL VETTORI MACHIAVELLI

Durante l'esilio all'Albergaccio, nel dicembre del 1513, Machiavelli scrive la famosa Lettera al Vettori, ambasciatore fiorentino presso il Papa.

Parafrasi
Illustre ambasciatore.
Le grazie ricevute da Dio, anche se arrivano tardi, sono sempre gradite.
["Tarde non furon mai grazie divine" è un verso di Petrarca: Machiavelli vuol dire all'amico che aveva aspettato con ansia la sua lettera].
Dico questo perché mi sembrava di aver non perduto, ma smarrito la vostra benevolenza perché siete stato tanto tempo senza scrivermi e mi chiedevo quale potesse essere il motivo. E tra tutti quelli che mi venivano in mente, tenevo per buono solo quello che mi convinceva di più, e cioè che vi fosse stato scritto che io non ero stato un buon custode (massaio) delle vostre lettere, ma in realtà io non le ho mostrate a nessuno, tranne che a Filippo e Pagolo.
Ho riavuto il piacere della vostra benevolenza con la lettera del giorno 23 [di Novembre] in cui ho letto che svolgete il vostro incarico [di ambasciatore] in modo tranquillo e pacifico e io vi invito a continuare in questo modo perché chi dimentica il proprio comodo per fare il comodo degli altri perde il proprio e non gli viene nemmeno detto grazie.
E siccome la Fortuna vuole fare i suoi comodi, è meglio lasciarla stare e non contrastarla (darle briga), aspettando che essa permetta agli uomini di agire in qualche modo e allora voi dovrete lavorare di più, stare più attento e io sarò pronto a dirvi "Eccomi".
Stando così le cose, non posso far altro, per rendervi il favore che mi avete fatto [raccontandomi della vostra vita attuale], che raccontarvi come trascorro le mie giornate e se voi pensate che la mia vita possa essere scambiata con la vostra, io sarò contento di farlo.

Adesso vivo in campagna e da quando sono successe tutte quelle cose nella mia vita [accusato di congiura contro i Medici, Machiavelli fu arrestato e poi rilasciato], non sono stato a Firenze che 20 giorni, a metterli tutti insieme. Fino ad oggi mi sono dedicato alla caccia ai tordi. Mi alzavo prima dell'alba, preparavo le trappole [impaniavo] e mi incamminavo con un carico di gabbie che sembravo il Geta quando tornava dal porto coi libri di Anfitrione [il Geta è il protagonista di una novella]; riuscivo a catturare dai due ai sei tordi. E in questo modo ho trascorso il mese di Settembre. Poi questo passatempo, sebbene diverso ed estraneo alla mia vita, è venuto a mancarmi e ora vi dirò come conduco adesso la mia vita.
Mi alzo all'alba, vado in un bosco di mia proprietà che sto facendo tagliare e passo almeno due ore rivedendo il lavoro fatto il giorno prima e per ascoltare le liti che i taglialegna hanno fra loro o coi loro vicini. E su questo bosco avrei mille cose da raccontarvi che mi sono accadute, sia con Frosino da Panzano sia con altri che erano interessati alla mia legna. Frosino, ad esempio, aveva mandato a prendere alcune cataste di legna senza dirmi nulla e mi voleva trattenere 10 lire sul pagamento sostenendo che me le aveva vinte giocando alla Cricca [gioco di carte] quattro anni prima in casa di Antonio Guicciardini. Io ho iniziato a fare il matto, volevo accusare di furto il il carrettiere che aveva trasportato la legna. Alla fine (tandem) si è messo di mezzo Giovanni Machiavelli che ha trovato un accordo.
Batista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e diversi altri cittadini mi hanno comprato delle cataste di legna, quando ha iniziato a soffiare la tramontana [cioè si è messo a fare freddo]. Io ho voluto accontentare tutti; ne ho mandata una catasta a Tommaso che però me ne ha pagata solo la metà perché ad accatastarla c'erano lui con la moglie, la fantesca e i figli che sembrava il Gaburra quando bastona il bue di giovedì. Così, vedendo qual era il guadagno, ho detto agli altri che non avevo più legna e tutti si sono arrabbiati, soprattutto Batista che mette questo fatto insieme alle altre sciagure di Prato.

Dopo essere andato via dal bosco, mi reco ad una fonte e da qui in una mia proprietà dove ho messo le trappole per gli uccelli. Ho sempre con me un libro: o Dante o Petrarca o uno di quegli autori minori come Tibullo o Ovidio: leggo delle loro passioni e i loro amori mi ricordano i miei; trascorro così piacevolmente parte del mio tempo. Dopo mi reco sulla strada e nell'osteria, parlo con quelli che passano, chiedo notizie dei loro paesi, vengo a sapere di cose nuove e scopro gusti e fantasie di questi uomini. Intanto è arrivata l'ora di pranzo e insieme alla mia gente gente mangio ciò che questa povera campagna e il piccolo patrimonio ci offrono.
Dopo mangiato torno all'osteria dove di solito trovo l'oste, il mugnaio e due fornai. Insieme a loro per tutto il giorno mi perdo a giocare a Cricca, a tric-trac [gioco di dadi] e ne nascono mille litigi e discussioni piene di insulti; il più delle volte si litiga per un centesimo e ci sentono gridare fin da San Casciano. 
Così, perso in queste occupazioni schifose, tengo il cervello fuori dalla muffa e sfogo così la rabbia per la mia sorte, contenta che vedendomi così abbruttito, si vergogni e la smetta di perseguitarmi.

Quando viene la sera me ne torno a casa e vado nel mio studio; sulla soglia mi spoglio dei panni volgari che ho tenuto addosso tutto il giorno e indosso i panni degni di una curia e di un re; così vestito decentemente entro nelle vite degli uomini antichi e, ricevuto con piacere da questi, mi nutro di quel cibo che è solo per me e per il quale io sono fatto; e non mi vergogno di parlare con loro e di chiedergli il motivo delle loro azioni; e quelli, per loro cortesia, mi rispondono; e per quattro ore io non avverto la noia, dimentico le preoccupazioni, non ho paura della povertà e non mi stupisce la morte: così tanto sono assorbito dal mio studio.

E siccome Dante dice che non si impara nulla se non lo si fissa in qualche modo nella propria mente, io ho scritto un libretto "De Principatibus" in cui io ragiono per quanto posso di questo argomento, esaminando i vari tipi di principati, come si conquistano, come si mantiene il potere su di essi e come si perdono. E se in passato avete gradito qualche mio scritto bizzaro, non vedo perché non dovrebbe piacervi anche questo; e anche un principe potrebbe gradirlo, specialmente uno giunto al potere da poco (nuovo)  e per questo io l'ho dedicato a Sua Magnificenza Giuliano de Medici.
Filippo Casavecchia l'ha visto e potrà darvi più dettagli sul libro in sé e sulle cose che io e lui ci siamo detti, anche se io continuo a rimaneggiarne il testo.

Voi vorreste, illustre ambasciatore, che io lasciassi questa vita per venire a godere della vostra. Prima o poi lo farò, ma quello che mi tiene qui sono alcune faccende che avrò risolto fra sei settimane. Una cosa che mi impensierisce se mi venissi lì dove siete voi è la presenza dei Soderini: dovrei vederli e parlare con loro se fossi lì. Avrei paura che al ritorno invece di smontare da cavallo vicino a casa mia, mi troverei direttamente al Bargello [un carcere fiorentino] perché, sebbene questo Stato abbia grandi fondamenta e sicurezze, è pur sempre uno Stato nuovo, appena sorto, e come tale sospettoso; non mancano poi i saccenti, come Paolo Bertini, che sono pronti a metterti nei guai lasciandoti poi a cavartela da solo. Toglietemi questo dubbio che ancora ho e poi sarò pronto a raggiungervi come vi ho detto.

Ho discusso a lungo con Filippo riguardo al mio libretto [il De Principatibus] se fosse darlo [a Giuliano de' Medici] oppure no, se fosse meglio portarglielo direttamente o farglielo avere. Il non darlo mi dava il dispiacere che Giuliano non mi avrebbe neppure letto e che l'Ardinghelli si prendesse il merito di questo mio lavoro. A darlo mi spingeva il bisogno che io ho di non continuare a lungo nello stato in cui mi trovo, perché presto sarò un miserabile senza più denaro. Inoltre mi farebbe piacere che i Medici volessero darmi degli incarichi, fosse anche solo quello di rivoltare un sasso; se poi loro non fossero contenti del mio operato, allora me la potrei prendere solo con me stesso; se poi quest'opera venisse letta si capirebbe che in questi 15 anni che ho trascorso studiando le forme di governo, non ho né dormito né giocato e tutti dovrebbe capire che è importante avere a fianco qualcuno che è così esperto nell'arte di governare.
E della mia lealtà non si dovrebbe dubitare, visto che sono sempre stato leale, non vedo perché dovrei smettere ora di esserlo; e chi è stato fedele e buono per 43 anni, che sono gli anni che ho io adesso, non vedo perché dovrebbe all'improvviso cambiare; la povertà in cui verso è testimone della mia bontà e della mia lealtà.
Fatemi sapere ciò che pensate di quanto vi ho scritto. E vi raccomando, state bene.(Sis felix)


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