martedì 9 aprile 2013

COMMENTO POESIA "IL SOGNO DEL PRIGIONIERO" DI MONTALE


Il sogno del prigioniero 


Albe e notti qui variano per pochi segni.           --->In questa prigione non si distingue il giorno dalla notte

Il zigzag degli storni sui battifredi                      --->si vedono solo i voli degli uccelli o l'occhio della guardia
nei giorni di battaglia, mie sole ali,                      
un filo d'aria polare,
l'occhio del capoguardia dello spioncino,          --->che si affaccia dallo spioncino
crac di noci schiacciate, un oleoso
sfrigolio dalle cave, girarrosti
veri o supposti - ma la paglia é oro,               ---->la paglia sarebbe come oro
la lanterna vinosa é focolare                          ----->e la luce un focolare
se dormendo mi credo ai tuoi piedi.              ----->se solo gli riuscisse di dormire

La purga dura da sempre, senza un perché.  ---->fa riferimento ai sistemi extragiudiziali in URSS
Dicono che chi abiura e sottoscrive              ----> ci si salva solo tradendo
puo salvarsi da questo sterminio d'oche ;      ---->le oche indicano lo stato animalesco dei prigionieri
che chi obiurga se stesso, ma tradisce
e vende carne d'altri, affera il mestolo          ---->dalla parte di chi comanda
anzi che terminare nel patée
destinato agl'Iddii pestilenziali.

Tardo di mente, piagato                              ---->la prigionia lo sta rendendo pazzo
dal pungente giaciglio mi sono fuso              ---->si è ferito col giaciglio
col volo della tarma che la mia suola          -->immagina di volare coma la tarma che schiaccia sul pavimento
sfarina sull'impiantito,
coi kimoni cangianti delle luci                    ---->le luci delle torri del carcere gli paiono kimoni colorati
scironate all'aurora dai torrioni,
ho annusato nel vento il bruciaticcio        ---->il vento gli porta l'odore dei dolci cotti nei forni
dei buccellati dai forni,
mi son guardato attorno, ho suscitato
iridi su orizzonti di ragnateli                    ---->gli arcobaleni che si formano sulle ragnatele sembrano
e petali sui tralicci delle inferriate,            ---->petali di fiori sulle sbarre delle inferriate
mi sono alzato, sono ricaduto               ---->ha provato ad alzarsi, ma è ricaduto nella sua stanza
nel fondo dove il secolo e il minuto -      --->dove un minuto sembra un secolo

e i colpi si ripetono ed i passi,              ----->dove tutto si ripete sempre uguale
e ancora ignoro se saro al festino           ---->e non sa ancora se riuscirà a salvarsi
farcitore o farcito. L'attesa é lunga,
il mio sogno di te non e finito.               ----->l'attesa per la libertà sembra ancora lunga


Analisi
Questa poesia di Montale fa parte della raccolta intitolata “La Bufera e altro” e si ispira alla condizione della prigionia durante i regimi totalitari (nazismo e stalinismo).

Il poeta racconta la storia di un uomo rinchiuso in un luogo da cui non riesce a distinguere il giorno dalla notte. Dalla sua prigione può vedere soltanto il zig-zag degli uccelli o l'occhio della guardia quando si affaccia allo spioncino. L'uomo sente di non aver scampo, l'unica via di salvezza sembrano proprio essere quelle ali che si muovono nel cielo. Dice che la paglia sarebbe oro e la piccola lanterna sarebbe come un focolare se solo gli riuscisse di dormire.
Nel verso successivo Montale parla di una “purga” e della possibilità si salvarsi da questo sterminio di oche: questo termine vuole proprio indicare lo stato animalesco e istupidito a cui sono costretti i prigionieri: ci si può salvare solo tradendo gli altri, confessando, vendendo gli amici al nemico. Così facendo si finirebbe con l'essere dalla parte di chi comanda, anziché nel paté destinato agli dei pestilenziali.
Nei versi successivi, Montale torna a descrivere il prigioniero che dice di essere tardo di mente: è la prigionia che lo sta facendo impazzire. Si immedesima addirittura nel volo di una tarma, descrivendo le sensazioni che immagina di provare volando.
Il vento gli porta l'odore dei buccellati (dolci tipici lucchesi) cotti nei forni e le luci delle torri del carcere gli sembrano dei kimoni colorati. Gli arcobaleni che brillano sulle ragnatele sono per lui l'unico orizzonte e assomigliano a petali posati sulle sbarre delle inferriate.
Il prigioniero prova a sollevarsi (nello spirito, non solo fisicamente), ma ricade di nuovo nel buio della sua stanza, dove il tempo sembra non passare mai (un minuto diventa un secolo) e i rumori e i passi si ripetono in continuazione sempre uguali. Non sa ancora se alla festa finale potrà salvarsi, e sa che l'attesa dell'agognata libertà è ancora molto lunga.
L'ultimo verso potrebbe anche riferirsi alla figura della donna che rappresenta il sogno della libertà.
Nella Bufera e altro, infatti, torna il tema della "donna angelo", ma più vitale, istintuale, che porta nella poesia maggior erotismo ed è pertanto una sorta di anti-Beatrice dantesca.


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